28 giugno 2007

McBimbo

Una delle esperienze che raramente mi capita di vivere è quella di pranzare da McDonald's. Non perché io sia uno di quelli che per carità, non entrerei mai in un posto del genere, né uno di quelli che lo slow food è l'unico modo per mangiare bene. Non sono uno che vede in McDonald's la testa d'ariete della globalizzazione americana e non sono neanche quello che dice che schifo, fanno gli hamburger con la carne di topo.

Il motivo per cui non ci vado spesso è che vivendo in provincia non è che ne trovi uno dietro ogni angolo. Se ci fosse ci andrei, perché tutto sommato non è un brutto affare sapere che ovunque nel mondo ci sia un McDonald's sai già cosa ci puoi trovare e che sapore ha. In un certo senso è rassicurante.

Quello che però è veramente fastidioso in quei locali è la presenza dei bambini. Sono tanti, tantissimi i bambini sotto gli otto anni che vengono portati al pascolo dalle loro mamme moderne inconsapevoli di abituarli a mangiare in un modo assurdo. Il problema dei bambini è che se provi a portarli in gruppo in un luogo chiuso particolarmente colorato e possibilmente dotato di Happy Meal, quel posto si trasforma magicamente in un asilo infantile: grida e schiamazzi, nanetti famelici che saltano e corrono in ogni direzione, per di più alimentati dal contenuto zuccherino delle bevante zuccherose.

Non voglio fingere di essere buono e tollerante: nessun adulto degno di questo nome si sognerebbe mai di pranzare in un asilo infantile. Figuriamoci poi se l'adulto si vuole godere la sua meritata pausa pranzo. E' in circostanze come queste che a volte qualcuno perde la testa, imbraccia un fucile e lo scarica rabbioso sull'abominevole Ronald McDonald.

La mia proposta è che i bimbi se ne stiano fuori: ordinino fuori, mangino fuori, piscino fuori. Un po' come il McDrive, dove la gente ha la cortesia di non entrare nel locale con la macchina, ma aspettare il proprio turno nell'apposito vialetto. Ecco io farei un McKids o un McBimbo, insomma un McFuoriDaiCoglioniMarmocchio. E ve lo dice uno che se potesse avere figli li avrebbe ora, proprio nel momento in cui sta scrivendo. Ma si sa, i bimbi sono belli se sono tuoi; quelli degli altri sono creature mostruose.



Il motivo che mi ha portato a pranzare da McDonald's oggi era il fatto di essere in città all'ora di pranzo avendo dovuto portare le mie chiappe all'ennesimo colloquio di lavoro. Ultimamente, dopo aver affrontato diversi studi di selezione e agenzie per l'impiego, ho iniziato a pensare che non sceglierò il lavoro in base all'interesse o alle prospettive economiche che mi si presentino. Sceglierò quello che mi verrà proposto dall'impiegata più carina e simpatica. Sto facendo una graduatoria delle impiegate incontrate finora e ce ne sono due che se la stanno vedendo testa a testa.

Di sicuro quella conosciuta oggi è relegata in fondo alla classifica. Innanzitutto è una vecchia puttana. Ad essere onesti è stata piuttosto gentile e mi ha addirittura dato consigli utili per migliorare il mio curriculum e si è preoccupata dell'eccessiva distanza del posto di lavoro da casa mia. Ma rimane una vecchia supponente e pretenziosa. Mi chiede perché mi sono rivolto a loro solo ora e io rispondo che solo ora ho visto un loro annuncio. Al che lei si stupisce del fatto che io non conoscessi il loro studio. Porco giuda, com'è possibile che io fossi all'oscuro dell'esistenza di questo favoloso studio e della sua vecchia titolare? Questo sì che è stato un mio errore imperdonabile. Se non fosse per il fatto che il loro sito di cognome fa .biz e questo mi fa intuire che non sia poi in piedi da così tanto tempo. Puttana.

Poi mi chiede se conosco IBM AS400 e io rispondo che no, non lo conosco AS400. Lei mi spiega che AS400 è estremamente diffuso in Italia, che tutti ce l'hanno e che bisogna conoscerlo. Addirittura mi spiega che AS400 è più venduto in Italia che in qualsiasi altra nazione al mondo. Sticazzi, penso io. Come posso definirmi un informatico se non conosco queste cose essenziali? Poi le avrei anche potuto rispondere che il canale italiano di MTV è quello con il più alto fatturato al mondo per l'intero gruppo Viacom, se si esclude la rete via cavo americana. Se vogliamo son capace anch'io di parlare di fatturato; faccio solo notare la differenza del punto di vista rispetto alla mia anziana interlocutrice.



Dubito che la quantità di vecchia e di puttana che continuo a rivolgerle da questa mattina possa aiutarmi a trovare un lavoro, ma io faccio ancora il tifo per la tipa bionda che poco prima mi ha addirittura chiesto come sono andate le vacanze. Dai tipa bionda, trovami un lavoro! Sempre che non debba indossare una maglietta gialla e serviere panini in un fast food circondato da bambini ululanti. Questo sraebbe troppo.

27 giugno 2007

404 - Page not found

Oggi mi è capitato di aprire il mio blog, cosa che non faccio quasi mai giusto per non rendere inutile la presenza dei contatori, e mi ritrovo a dover fare i conti con una serie di messaggi di errore incomprensibili. Splinder ha pensato di cambiare un po' il suo layout e nel frattempo di distruggere la mia paginetta. Quello che vedete è un template minimalista e temporaneo il cui unico scopo è rendere accessibile il mio spazio in attesa di ripristinare l'impaginazione originale (update: non è vero, ho già risolto).

Ma poi mi son chiesto: non sarà che lo devo prendere come un segno?

Un segno di cosa, ci si chiederà. Un segno del fatto che questo blog potrebbe anche essere chiuso seduta stante senza la necessità di perdere tempo inutilmente nel tentativo di ripristinare quello che era e non è più.



Ci pensavo ieri notte, prima di mettermi a dormire. Perché questo è un po' il mio dramma: trascorro l'intera giornata in stato comatoso per poi svegliarmi e produrre milioni di idee e considerazioni solo a tarda notte, quando ormai è inutile perché non c'è più tempo per niente.

Pensavo che a questo punto potrei anche darci un taglio (non alle mie vene, ancora no, solo al blog). In verità mi piacerebbe riuscire a portarlo all'anno di vita e quindi almeno al prossimo 11 settembre. La data non ispira fiducia, ma sarebbe comunque una cosa positiva, un segno del fatto di essere riuscito ad impegnarmi per un così lungo tempo e con sufficiente passione e interesse.

Però diventa sempre più difficile arrivare a quel traguardo. Probabilmente mi ridurrò a fare quel che già fa la tivù in estate, propinare inutili repliche di trasmissioni che già erano state inutili in partenza.



I motivi che mi hanno portato a questa considerazione sono diversi e nessuno particolarmente originale.

Il fattore principale è l'assoluta mancanza di idee o contenuti che possano valere il disturbo di essere messi per iscritto. Io non sono certo quello che si mette a commentare i fatti del giorno, gli articoli dei giornali o le argute analisi partorite dagli altri blogger. Non lo faccio perché non ne sono capace e non lo faccio perché non mi interessa farlo. Non sono un leader, non saprei guidare nessuno e non ho intenzione di cambiare il mondo con le mie idee. Al massimo potrei trovare qualche bravo blogger in cui riconoscermi e affidare a lui o a lei il mio slancio e la mia passione. Sarò una pecora, lo so, ma senza pecore i pastori sarebbero inutili e non avrebbero lana per vestirsi né pecorino per nutrirsi. Quindi va bene così.



Non mi rimarrebbe altro che parlare di me in questo blog. E anche in questo caso la situazione non si presenta molto bene. Parlare di se stessi implica avere qualcosa da raccontare, non solo la propria vita, ma quei pezzetti di vita che possano interessare ad altre persone. Che io il blog non l'ho mai scritto per me. Non me ne frega niente di scrivere il mio caro diario con qualche ambizione catartica o liberatoria. Mi piace sapere che da qualche parte c'è qualcuno che non conosco e che non conoscerò mai che perde del tempo a capire quello dico e perché lo dico. Mi piace avere reazioni, buone o cattive che siano, ma almeno qualcosa che mi permetta di sentire il contatto degli altri. Le reazioni qualche volta ci sono, spesso non ci sono e quando non ci sono ci si sente inutili, almeno in questo angolo di mondo che è la rete.



Non mi capita spesso di rileggere quello che scrivo, dopo averlo scritto. Di solito penso alle parole, le scelgo, le scrivo e le riscrivo nella mia mente fino ad averle imparate a memoria, lo faccio di notte quando ormai è troppo tardi per mettersi alla tastiera o semplicemente per alzarsi dal letto.

Se penso alla storia di questo blog ne ricavo la netta impressione che una volta era più bello. Era più divertente, era scritto meglio. Quello che vedo è una costante e inarrestabile discesa della qualità del prodotto, del contenuto come della forma. Non sono più capace di scrivere. Nel modo più assoluto, non sono neanche in grado di coniugare i verbi, di mantenere lo stesso tempo in una frase di due righe. Lo riconosco sul blog e lo riconosco su ciò che ultimamente mi capita di scrivere per lavoro. Se si potesse sottolineare il monitor con una penna rossa come usava fare la maestra quando eravamo bambini, il mio somiglierebbe terribilmente ad un tema di terza elementare.



Forse il peggioramento della forma è legato a quello della sostanza: non avendo niente da dire non so neanche come dirlo. O forse è dovuto alle decine di blog che ho imparato a conoscere e ad apprezzare in questo anno e ai quali non riesco neanche ad ispirarmi ma sui quali posso solamente indirizzare la mia invidia.



Mi dispiacerebbe arrivare ad abbandonare questo spazio perché in fin dei conti è stato importante per me in questi mesi. Avere un posto in cui poter tornare e nel quale poter essere trovato è una bella sensazione, anche se non lo puoi chiamare casa. Mi dispiacerebbe ancor di più cancellarlo perché significherebbe cancellare parole che in qualche occasione hanno significato qualcosa per me.

Sarà uno stato di malinconia passeggera o forse sarà il caldo che mi opprime. Sarà che vorrei cambiare e ancora non so come vorrei essere, ma come posso mettere su queste righe quello che sono se io per primo non basto a me stesso?

Era da un po' che non scrivevo un post malinconico e, a dire il vero, non so se questo lo sia. Lo dovrei rileggere per saperlo, ma il tono non mi sembra così allegro. Sono sicuro che non sarà l'ultimo, ma in questo momento devo dirvi che i motivi per continuare un po' mi sfuggono.

25 giugno 2007

Volver

Ci deve essere qualcosa di profondamente sbagliato se appena tornati da un breve viaggio già non si sopporta la propria casa. Ma bisogna prenderla così, come uno stimolo a ripartire appena possibile.

Non sto qui a scrivere delle attrattive della città di Valencia che per quello vi potete anche leggere una guida. Né mi metto a scrivere un romanzo sul concetto del viaggio e della libertà: trovatevi qualcosa in libreria e non rompete le palle. Il mio fine, come al solito, è scrivere quattro stronzate che riempiano ancora una volta questa paginetta altrimenti bianca.

Ecco dunque alcune mie argute considerazioni partorite durante una settimana sottratta alla tivù.



Ovviamente non ho respirato un cazzo di aria di mare, come sempre accade quando ci si sposta in una grande città. La combinazione di catrame e nanoparticolato che ho ingurgitato in questi giorni la sanno solo i miei polmoni. Il mio naso sembrava un camino londinese nel quale Dick Van Dyke si sarebbe potuto divertire parecchio. Grazie ai litri di acqua ingeriti per via nasale ieri in piscina, tutto il condotto è stato ben ripulito lasciandomi sulla lingua tutto il sapore della moderna industria spagnola.



I valenciani non mangiano, probabilmente sono tutti anoressici. Non saprei come spiegarmi altrimenti l'assoluta mancanza di un qualsivoglia tipo di bar o pasticceria nella quale fosse possibile trovare le enormi paste grondanti di cioccolato fuso senza le quali io non sono neanche disposto a svegliarmi in vacanza.



In questo periodo sembra che tra gli ometti valenciani abbia una discreta circolazione la meche bionda. Quella che però sta veramente dilagando è la moda inarrestabile della gamba depilata. Nel caso dovessi dissennatamente pensare di rifarmi le meches oppure cadessi vittima del polpaccio glabro, almeno so dove andare a nascondermi per non sentirmi completamente ridicolo.



Per la prima volta ho sperimentato l'emozione del cinema IMAX Dome all'Hemisfèric di Valencia e devo dire che l'effetto è sensazionale. Devo però mettervi in guardia da eventuali spiacevoli effetti collaterali dovuti all'esposizione ravvicinata ai piedi dello spettatore seduto immediatamente dietro di voi. Immagino che fosse quella la provenienza dell'odore fetido che mi ha accompagnato per l'intera nauseabonda proiezione. Questo, però, se si esclude la possibilità che la signora seduta accanto a me fosse stata in preda ad una crisi scoreggiona di dimensioni epocali e, guardandola in faccia, non mi sentirei di escluderlo affatto.



A un certo punto uno capisce che non ha più l'età. Così, l'età in generale. Io quattro o cinque anni da restituire al mittente ce li avrei. Se poi potessi restituirne anche dieci mi piacerebbe imparare ad andare sullo skateboard e a fare il giocoliere. Così, che fa tanto straccione, ma figo alternativo. Tranquilli però che l'euro non ve lo chiederei mai.



E' sempre interessante notare come gli uomini eterosessuali abbiano generalmente un solo e unico pensiero: la patata. Per quanto il fascino discreto della patata riscuota sempre un certo interesse, devo ammettere che il sentire certi apprezzamente già alle nove del mattino mi muove un fastidioso senso di nausea e disorientamento. In questi pochi giorni ho assorbito talmente tante usanze prettamente eterosessuali che ora dovrei rivedermi la serie completa di Will & Grace per tararmi nuovamente su livelli accettabili.



Nonostante l'alto livello morale del punto precedente, mi vedo costretto a segnalare il fatto che a Valencia girino maschietti da paura. Il livello ormonale è stato costantemente elevato con picchi ben oltre la soglia di attenzione. E' incredibile come la natura sia stata generosa in quel lembo di terra baciato dal sole. Un'opzione plausibile potrebbe anche essere che, per far bella figura di fronte al mondo in occasione dell'America's Cup, il sindaco di Valencia abbia emesso una ordinanza nazista con la quale si proibisca la circolazione ai cittadini brutti e medi, o anche semplicemente carini. Un bravo, quindi, ed un grosso grazie al sindaco esteta.



Gli autobus sono una metafora della vita. Si sale, si scende, si sale di nuovo e si scende di nuovo. Ci si attacca alle maniglie come si può e spesso ci si danno spintoni di una violenza inaudita. A volte si sale senza biglietto, altre volte si sbaglia il numero, si prende il 3 notturno e, dopo quarantacinque minuti, si scende al capolinea da qualche parte in provincia senza sapere come tornare a casa o se si riuscirà a tornare prima di essere violentati senza pietà nell'oscurità di un viadotto. A volte, però, si è fortunati e si possono trascorrere venti minuti buoni a guardare il biondino seduto di fronte che fa finta di guardare fuori dal finestrino, ma che sai benissimo sta guardando te riflesso sul vetro (seee, magari!, comunque frequenta la linea N3 e se qualcuno lo riconosce, con una maglietta bianca, gilet nero, pantaloni grigi e All Star rosse, per favore, gli dia il mio indirizzo email, sono innamorato!).



Per finire, come non parlare di paella. Io di cose ne so poche e non vorrei certo mettermi qui a dar lezioni di cucina a gente che ne sa ben più di me. Vorrei solo far notare alla comunità dei ristoratori spagnola che la paella è originariamente un piatto povero a base di riso nel quale i contadini di una volta mettevano qualsiasi cosa avessero avuto a disposizione, verdure generalmente, ma anche carne di pollo o coniglio se gli andava bene. Non mi azzarderei a definira la paella col marisco un'invenzione per turisti, soprattutto non in una città di mare come Valencia, ma sarei propenso a ritenerla niente più che un'opzione, un'opzione fra le tante. E allora per quale cazzo di motivo voi ristoratori di merda mi volete costringere a mangiare quel cazzo di marisco che a me fa schifo anche solo a guardarlo? E come se voi veniste in Italia a mangiare la pizza e sul menu ci fosse solo quella con le cozze. Ma vi pare possibile? Fine dello sfogo.



Direi che è tutto. Ben deciso a conservare quella parvenza di abbronzatura che ho inaspettatamente guadagnato, mi fiondo di corsa sotto il sole assassino di questa fine giugno col solo obiettivo di morire carbonizzato.

¡Adiòs!



PS. Sì, sono conscio del fatto che questo post è orrendo, ma è anche gratuito quindi va bene così.

18 giugno 2007

I'm leaving Las Vegas (and I won't be back)¹



Vento d'estate.

Io vado al mare, voi che fate?

Non mi aspettate.

Forse mi perdo.²



¹ Leaving Las Vegas, Sheryl Crow

² Vento d'estate, Niccolò Fabi






Si usa dire che è colpa dell'umidità. Si perché non è mica il caldo che dà fastidio, è l'umidità. E si sa che da queste parti l'umidità la fa da padrona. Ma io ho delle teorie alternative sul clima che si respirava l'altro giorno per le strade del centro di Modena. D'accordo che sudavo come un maiale, ma secondo me il mio recente infoiamento potrebbe essere dovuto a una massiccia nebulizzazione di ormoni nell'aria, più che all'imperante umidità. In questi giorni c'è stato chi ne ha riso bellamente, ma a mio parere gli americani in questo momento ci stanno bombardando e anche pesantemente.

Insomma, non si riusciva a fare due passi senza essere costretti ad appoggiare le palle degli occhi su qualcuno. E pensare che in genere sono anche uno piuttosto schizzinoso (almeno nei giorni feriali). Esemplari unici, da collezione, da mercatino delle pulci.

Come quel tipo spettacolare incrociato sotto un portico e che ho fatto appena in tempo a notare prima che per un nanosecondo incrociasse il mio sguardo con due occhi che inchiodavano al muro. Ricordo solo che indossava una canotta bianca che per un attimo mi ha fatto riconsiderare le mie teorie sul muratore.

Dopo aver passato i minuti successivi rannicchiato a terra in posizione fetale e tremando come dopo aver visto uno spettro, mi sono ripreso e ho deciso di spostarmi in un luogo chiuso, dove il tasso di ormonità fosse stato inferiore, magari filtrato dall'aria condizionata.

Resistendo al desiderio di andare a saldare un conto con una certa commessa, mi sono infilato di soppiatto in un negozio PLAYLIFE dal quale sarei uscito poco più tardi con la maglietta che, riguardandola ora, credo possa essere definita la più gaia del mio triste guardaroba (e a proposito di cose gaie, devo assolutamente cambiare quella fottuta suoneria!). Ma l'oggetto in esposizione maggiormente degno di nota era sicuramente un commesso dalle proporzioni ragguardevoli. Questo ragazzotto, dalle fattezze più che apprezzabili e decisamente troppo palestrato, non sarebbe stato il mio tipo neanche in un milione di anni, ma lì per lì gli avrei fatto un pigiamino di saliva abbastanza pesante da poterlo usare anche in inverno. Se chiudo gli occhi quasi quasi me lo rivedo questo individuo che, irritato dalle mie improprie attenzioni, mi cinge il collo con le sue braccia possenti con l'intenzione di farmi passare a miglior vita. Ancora con lo sguardo sognante e un po' di bavetta alla bocca, faccio fatica a immaginare un modo più piacevole per lasciare questo mondo.



I lived my whole life in shame,

why should I die with dignity?



George Costanza, Seinfeld




Nei prossimi giorni ho intenzione di respirare più aria di mare possibile, casomai faccia realmente bene alla salute. Magari potrebbe spegnere un po' questo istinto di accoppiamento che alla lunga diventa anche faticoso. Oppure potrebbe farlo esplodere una volta per tutte. Potendo scegliere, opterei per la seconda.

13 giugno 2007

Segnaletica

Truck Io credo che nessuno dovrebbe mai chiedermi di guidare un camion alla cieca. E' una cosa che secondo me non è proprio fattibile. Voglio dire, mica mi si può bendare, far salire su di un mezzo pesante e dirmi «ora guida cazzo». «No che non guido», dico io. Mica per me - che io cos'ho poi da rimetterci? - ma piuttosto per quel disgraziato nella Smart davanti a me sulla quale passo con il mio autoarticolato senza avvertire niente più di un simpatico solletico sotto le cosce.

La stessa cosa vale per le persone. Non mi si può chiedere di stare a parlare davanti a qualcuno senza avere un minimo segnale da parte sua, una reazione che mi dica se sono ancora in carreggiata o se sto facendo pericolosamente la barba al guard rail.

Le persone, in genere, sono attrezzate di un dispositivo interno che reagisce, anche in maniera appena percettibile, alle stimolazioni provenienti dall'ambiente circostante: un movimento delle labbra, delle mani, degli occhi. Estremamente evoluti sono quegli individui dotati di un'elevata mobilità sopracciliare.

Altre persone, invece, semplicemente non reagiscono. Puoi parlare con loro per ore ed ore senza ottenere la minima reazione dal loro volto marmoreo ed è con queste persone che finisci per andare completamente fuori dal seminato, con la lingua che sopravvive a secchezze subtropicali ed i sudori freddi che donano alla fronte un lucentezza ben poco attraente.

Secondo me dovrebbe essere adottato un sistema di segnalazione standard che la gente potrebbe utilizzare per rendere più semplice e fruttuosa la conversazione. Un po' come si fa con gli aerei sulla pista di decollo. Faccio un esempio. Si prendono due bandierine colorate e ci si mette a gesticolare come dei matti davanti all'interlocutore: le braccia stese in avanti che si piegano ad angolo retto verso l'alto significano non male, avanti con cautela. Movimenti ondulatori con le braccia parallele verso destra o verso sinistra indicano la necessità di aggiustare leggermente il tiro prima che sia troppo tardi. Le braccia distese sopra la testa in segno di vittoria con le bandierine che sventolano allegramente: complimenti soldato, bersaglio colpito. Oppure muoverle a mulinello davanti al petto per dire di lasciar perdere i convenevoli perché si è desiderosi di arrivare al dunque. Infine, incrociare le bandierine davanti al naso è un chiaro segnale di missione fallita.

Ecco, propongo di adottare questo sottile linguaggio subliminale al fine di evitare alle persone (come me) grandi imbarazzi, egregie figure di merda e, in definitiva, favorire lo scambio interpersonale a livelli finora impensabili.

11 giugno 2007

Trendsetter

Rafael Nadal Quest'anno ha deciso per il nero, perché cambiare i colori è il modo migliore per vendere alla gente roba che già ha. Ma ci terrei a far notare che quei pantaloni neri io li portavo già tali e quali qualcosa come quattro anni fa. Sto ancora cercando di capire dove e quando Rafael possa avermi visto e, impressionato dal mio stile sportivo e sbarazzino, possa aver deciso di adottare il mio look.

Nel frattempo, però, io sono andato oltre.

4 giugno 2007

Insensibile

Ero nel parco seduto sulla panchina verde. Vedo da lontano un bimbetto pakistano che si aggira sul suo triciclo fluorescente. Temo che si stia avvicinando. Va tranquillo per la sua strada finché incontra un ostacolo sul suo cammino. Scende dal triciclo fluorescente, oltrepassa l'ostacolo e torna in sella. Io faccio finta di niente e guardo dall'altra parte. Lui si avvicina... si avvicina ancora un po' e... ciao, mi saluta. Io lo guardo e faccio ciao. Lui avanza di un metro sul triciclo fluorescente e dice qualcosa che non capisco. Non rispondo. Scende dal triciclo fluorescente, fa qualche passo sul prato, si gira e mi dice qualcos'altro, che non capisco. Lo guardo, sorrido, non dico niente. Torna sul suo triciclo fluorescente e mi dice ciao, io gli dico ciao e così se ne va, tornando verso i suoi lidi.

Non è che sono ostile, ma avevo gli auricolari nelle orecchie e mi rompeva parecchio toglierli per sentire cosa diceva.

Sono un mostro senza cuore.

Io sono un garantista...

... e garantisco che, se fossi io a decidere, Fabrizio Corona trascorrerebbe i prossimi anni della sua vita in un penitenziario afghano, insieme ai suoi amici talebani, dove avrebbe meno tempo per farsi la lampada e più tempo per preparare composizioni floreali sul tema del papavero in estate.

3 giugno 2007

Dentro la notizia

Romano Prodi Oggi il Presidente del Consiglio nonché Ambasciatore degli Insaccati Italiani nel Mondo, Romano Prodi, è stato protagonista di un dibattito su economia e politica a Trento e di una intervista (la seconda in poco più di un mese) per la radio e televisione francese.

Sommando queste due sue apparizioni si può immaginare che abbia detto tante cose. Alcune interessanti altre meno. Alcune vere altre false. Alcune in italiano, altre in lingue di origine anellide. Da questi interventi si potrebbe trarre un compendio di informazioni adatte alla pubblicazione in forma cartacea o radiotelevisiva. E invece come aprono tutti i telegiornali oggi? «Prodi contestato a Trento dai dimostranti "No Dal Molin"».



Con questo non voglio dire che la stampa sia pronta solamente a criticare il governo in carica per partito preso. Mi viene solamente da notare come la stampa italiana sia superficiale in modo delinquenziale.



Ho già raccontato dell'opinione che ho del giornalismo italiano? No? Una merda.



Vi dico io qual è la domanda da porsi, il terreno nel quale scavare, la vera notizia da portare a galla oggi: ma perché questi francesi intervistano Prodi una volta al mese? Non sarà mica che sto governo non è visto poi tanto male al di fuori di questo paese?