Ma vedete dove ve ne dovete andare, deficienti!
31 luglio 2007
Sinistro
Ma vedete dove ve ne dovete andare, deficienti!
Ennesima prova di astrazione della politica dalla realtà
Ma io mi domando chi sia stata quella testa di minchia che ha ritenuto che questa fosse una buona idea, cribbio! Che io, per di più, se vedo certuni di questi politicanti che attraversano la strada di fronte a me, col cavolo che rallento, spingo il piede a tavoletta e li stiro a tutta velocità, ripassandoci anche in retro due o tre volte per assicurarmi che non si rialzino più.
Io capisco che non si voglia dare ragione a quegli stranieri puritani che ci criticano per le troppe zinne in tivù, ma, dico, usare una bella gnocca come sempre non si poteva in questa campagna? Secondo voi, io (e sottolineo io) a chi presterei maggiore attenzione in una pubblicità del genere, a Bertinotti o alla Mezzogiorno?
Ma vedete dove dovete andare...!
29 luglio 2007
Dubito ergo sum
Due diversi stati d'animo si contrappongono in me quando lascio passare qualche giorno senza scrivere niente su questo blog: da un lato mi prende l'accidia ed il totale disinteresse verso questo mezzo e tutta la blogosfera, dall'altro mi saltano alla mente decine di spunti da utilizzare per scrivere tre righe, ma nessuno dei quali degno abbastanza per essere messo all'attenzione del mondo.
Oggi, ad esempio, mi prendeva la smania di buttare giù qualcosa sul tragicomico incidente aereo avvenuto in Arizona (tragico l'incidente, comiche alcune delle polemiche), così come di fare un battuta sarcastica su un mio simpatico parente. Pur non escludendo la possibilità di riprendere questi argomenti in seguito, ho optato per approfittare dell'assenza di lettori tipica di una domenica d'estate ed affrontare una spinosa questione personale che da qualche giorno mi opprime.
Il preambolo è il solito: da ormai un anno non lavoro ed è giunto il momento di prendere delle decisioni. Qualche tempo fa vi raccontavo di quanto poco mi sentissi a mio agio nell'accettare l'offerta piuttosto interessante ricevuta tramite l'ormai nota Vecchia Baldracca Svedese ed il motivo era il fatto di non trovarmi di fronte ad una scelta, ma ad un obbligo autoimposto.
Oggi, invece, la scelta ce l'ho.
Per chi non lo sapesse, io sono (o sono stato) un programmatore: è ciò che ho fatto finora ed è l'unica cosa che sono in grado di fare. Ad un certo punto della mia vita mi sono detto «basta, sono stufo di fare il programmatore, voglio fare qualcos'altro». Qui entra in gioco la Vecchia che mi fa entrare nelle grazie di una importante società finanziaria che sta cercando un assistente EDP: se si esclude l'ambiente quasi bancario del posto, il lavoro in fin dei conti mi potrebbe anche piacere.
Poi però mi arriva una telefonata che mi trascina in quel di Padova nella mattina di mercoledì scorso. Qui mi si prospetta la possibilità di imbarcarmi in un progetto in zona della durata di qualche mese con lo scopo di acquisire quelle competenze in campo informatico che mi possano portare in un futuro più o meno prossimo a fare il programmatore all'estero, verosimilmente in Germania o in Gran Bretagna. Insomma, per me è un sogno. La cosa, però, significherebbe sradicarmi da casa mia e andare a lavorare e a vivere da solo in un posto che non conosco e dove non conosco nessuno.
Il mio dubbio alla fine è questo: ma perché un anno fa avevo deciso di smettere con la programmazione? Il fatto è che non me lo ricordo e proprio non riesco a ricostruire cosa mi passavando per la testa allora. So bene che stavo parecchio male, ma le cause del malessere al momento mi sfuggono.
Potrei quindi seguire il sogno, rinunciare ad un lavoro sicuro e relativamente comodo per lanciarmi in un'avventura e poi rendermi conto che quello era proprio ciò che cercavo di evitare l'anno scorso. Oppure potrei prendere la decisione già presa, dar retta alla Svedese e realizzare solo in seguito di avere così buttato nel cesso i sette anni precedenti di lavoro e di esperienza che continueranno a fare bella mostra sul mio curriculum, ma dei quali non potrò mai più servirmi perché divenuti obsoleti.
Reggio Emilia e Padova. La prima significherebbe un terreno più sicuro e un lavoro che ho cercato e voluto, ma l'impossibilità di potersi pentire e tornare indietro. Al contrario, Padova significherebbe un'avventura rischiosa, ma anche una scelta meno definitiva, una via d'uscita sempre pronta.
Padova, infine, significherebbe anche una fuga. Tra i motivi che mi spinsero a cercare lavoro così lontano da casa c'era stata anche la volontà di allontanarmi da una vita che non mi piaceva più, il tentativo di ricominciare da capo e lasciarmi alle spalle una zavorra diventata ormai inutile.
Una fuga, però, rimane sempre una fuga e personalmente non ci trovo nulla di nobile, anche se la si maschera come un'opportunità. Forse si può pensare che lasciare tutto e ricominciare da capo sia una grande dimostrazione di avere le palle quadrate, ma a questa tesi si può anche obiettare che le palle quadrate le si hanno davvero se si è invece in grado di non abbandonare, ma rimboccarsi le maniche e cambiare la propria vita da sé.
Sempre più spesso mi rendo conto di quanto sia futile ogni nostra decisione. Anche quando ci sentiamo padroni del nostro destino in realtà non ci accorgiamo di essere schiavi della chimica del nostro corpo. Un'idea che ci sembra buona oggi ci appare pessima domani. Una persona che ci attrae la sera ci sembra patetica il mattino dopo. Così il nostro libero arbitrio è in realtà un'illusione e non c'è pensiero, idea o determinazione che non possa essere sconvolta dalla giusta dose di adrenalina
Oggi, ad esempio, mi prendeva la smania di buttare giù qualcosa sul tragicomico incidente aereo avvenuto in Arizona (tragico l'incidente, comiche alcune delle polemiche), così come di fare un battuta sarcastica su un mio simpatico parente. Pur non escludendo la possibilità di riprendere questi argomenti in seguito, ho optato per approfittare dell'assenza di lettori tipica di una domenica d'estate ed affrontare una spinosa questione personale che da qualche giorno mi opprime.
Il preambolo è il solito: da ormai un anno non lavoro ed è giunto il momento di prendere delle decisioni. Qualche tempo fa vi raccontavo di quanto poco mi sentissi a mio agio nell'accettare l'offerta piuttosto interessante ricevuta tramite l'ormai nota Vecchia Baldracca Svedese ed il motivo era il fatto di non trovarmi di fronte ad una scelta, ma ad un obbligo autoimposto.
Oggi, invece, la scelta ce l'ho.
Per chi non lo sapesse, io sono (o sono stato) un programmatore: è ciò che ho fatto finora ed è l'unica cosa che sono in grado di fare. Ad un certo punto della mia vita mi sono detto «basta, sono stufo di fare il programmatore, voglio fare qualcos'altro». Qui entra in gioco la Vecchia che mi fa entrare nelle grazie di una importante società finanziaria che sta cercando un assistente EDP: se si esclude l'ambiente quasi bancario del posto, il lavoro in fin dei conti mi potrebbe anche piacere.
Poi però mi arriva una telefonata che mi trascina in quel di Padova nella mattina di mercoledì scorso. Qui mi si prospetta la possibilità di imbarcarmi in un progetto in zona della durata di qualche mese con lo scopo di acquisire quelle competenze in campo informatico che mi possano portare in un futuro più o meno prossimo a fare il programmatore all'estero, verosimilmente in Germania o in Gran Bretagna. Insomma, per me è un sogno. La cosa, però, significherebbe sradicarmi da casa mia e andare a lavorare e a vivere da solo in un posto che non conosco e dove non conosco nessuno.
Il mio dubbio alla fine è questo: ma perché un anno fa avevo deciso di smettere con la programmazione? Il fatto è che non me lo ricordo e proprio non riesco a ricostruire cosa mi passavando per la testa allora. So bene che stavo parecchio male, ma le cause del malessere al momento mi sfuggono.
Potrei quindi seguire il sogno, rinunciare ad un lavoro sicuro e relativamente comodo per lanciarmi in un'avventura e poi rendermi conto che quello era proprio ciò che cercavo di evitare l'anno scorso. Oppure potrei prendere la decisione già presa, dar retta alla Svedese e realizzare solo in seguito di avere così buttato nel cesso i sette anni precedenti di lavoro e di esperienza che continueranno a fare bella mostra sul mio curriculum, ma dei quali non potrò mai più servirmi perché divenuti obsoleti.
Reggio Emilia e Padova. La prima significherebbe un terreno più sicuro e un lavoro che ho cercato e voluto, ma l'impossibilità di potersi pentire e tornare indietro. Al contrario, Padova significherebbe un'avventura rischiosa, ma anche una scelta meno definitiva, una via d'uscita sempre pronta.
Padova, infine, significherebbe anche una fuga. Tra i motivi che mi spinsero a cercare lavoro così lontano da casa c'era stata anche la volontà di allontanarmi da una vita che non mi piaceva più, il tentativo di ricominciare da capo e lasciarmi alle spalle una zavorra diventata ormai inutile.
Una fuga, però, rimane sempre una fuga e personalmente non ci trovo nulla di nobile, anche se la si maschera come un'opportunità. Forse si può pensare che lasciare tutto e ricominciare da capo sia una grande dimostrazione di avere le palle quadrate, ma a questa tesi si può anche obiettare che le palle quadrate le si hanno davvero se si è invece in grado di non abbandonare, ma rimboccarsi le maniche e cambiare la propria vita da sé.
Sempre più spesso mi rendo conto di quanto sia futile ogni nostra decisione. Anche quando ci sentiamo padroni del nostro destino in realtà non ci accorgiamo di essere schiavi della chimica del nostro corpo. Un'idea che ci sembra buona oggi ci appare pessima domani. Una persona che ci attrae la sera ci sembra patetica il mattino dopo. Così il nostro libero arbitrio è in realtà un'illusione e non c'è pensiero, idea o determinazione che non possa essere sconvolta dalla giusta dose di adrenalina
23 luglio 2007
Cultura Moderna
Alcuni giorni fa Conan O'Brien ha proposto nel suo programma uno sketch comico di non entusiasmante fattura e dall'umorismo piuttosto grossolano, come grossolani sono in genere gli americani. Qui propongo il contributo filmato chiedendomi se il fatto che gag come queste non sono proposte dalla televisione italiana dipenda solamente dal più alto livello umoristico del pubblico nostrano. Può partire l'RVM.
Io non lo sapevo che si faceva così e questo non fa altro che dimostrare la mia imbarazzante ingenuità nel campo delle relazioni sentimentali.
18 luglio 2007
In the Fortress of Solitude
Nonostante gli appelli lanciati in questi giorni praticamente da chiunque, il sottoscritto si è messo a dare il suo bel contributo alla causa della distruzione del pianeta. Dal momento che il computer sul quale scrivo rischia da un momento all'altro di prendere fuoco in uno spettacolare fenomeno di autocombustione, l'aria confezionata nelle stanza che lo ospita viene tenuta costantemente a livelli tali da tramutare l'intero edificio in una poetica Fortezza della Solitudine. Ma cosa ci posso fare? Il giorno del Live Earth avevo altro da fare e non ho capito bene il messaggio (e, cosa ancor più grave, non ho potuto vedere Madonna!)
Quello che mi preoccupa, però, non è il danno da me causato al pianeta ed al suo bel clima attraverso il mio irresponsabile consumo energetico (e ho scordato di dire che il piccì non lo posso spegnere perché poi non si riaccende più). Quello che mi preoccupa seriamente è giovedì. Mica un giorno come un altro. Proprio giovedì.
Giovedì succede che mi presento ad un colloquio di lavoro. Un colloquio procuratomi da quella vecchia baldracca svedese di cui ho già parlato tempo addietro. Il colloquio non è neanche il primo in quell'azienda, bensì il terzo, il che vuol dire che si parlerà di soldi. E quelli non parlano di soldi se non sono intenzionati ad offrire un lavoro.
Il lavoro in questione sarebbe anche discreto. Un tantino lontano da casa, ma questo onestamente me lo sono cercato. Un po' è quello che volevo, un po' è anche qualcosa di diverso. Le possibilità di imparare cose nuove ci sono, così come quelle di interagire con altri esseri umani. Insomma, un posto che non farei tanta fatica ad accettare. Però c'è un però.
Innanzitutto il posto è formale, cazzo com'è formale, li son quasi tutti in giacca e cravatta e io sono abituato a lavorare in jeans e maglietta stinta. Alla vigilia del primo colloquio con l'amministratore delgato, la baldracca di cui sopra mi raccomandò di vestirmi bene, ma senza esagerare, il che fu da me interpretato come un consiglio a mettermi in giacca e cravatta, ma senza essere più elegante del signor amministratore. Ovvio che, dopo un esortazione come quella, il mio istinto cafone ebbe il sopravvento e se non mi presentai in bermuda e infradito, poco ci mancò. Immagino che prima o poi arriverà il momento di comportarmi da adulto e mimetizzarmi in un ambiente formale, ma qualcosa mi dice che quel momento è ancora bel lungi dall'arrivare.
In generale, però, la mia riluttanza ad accettare quel posto viene da più lontano.
Quando un anno fa lasciai il lavoro lo feci per diversi motivi, il primo dei quali era un'opprimente sensazione di soffocamento e di impotenza.
Iniziai a lavorare una settimana dopo aver concluso il mio servizio civile. Era il lavoro per il quale avevo studiato e mi veniva offerto su un piatto d'argento. Fu la mia prima occasione e l'accettai. Da allora mi misi su un binario dal quale non mi spostai mai. Passati diversi anni cominciai a sentirmi in gabbia: sentivo di non aver mai fatto una scelta, di non avere il controllo della mia vita e di non aver mai avuto le palle per prendermelo. Era arrivato il momento di scendere dal treno e di cambiare binario. Forse ci avrei messo del tempo a capire in quale direzione sarei andato, ma l'avrei decisa io, per la prima volta mi sarei fatto carico della responsabilità di scegliere ed eventualmente fallire.
Fast forward di un anno e mi ritrovo ancora fermo davanti ai binari senza avere un'idea migliore del mio destino. Ecco quindi da dove viene la mia ansia e riluttanza ad accettare il nuovo lavoro: a distanza di dodici mesi mi trovo ancora una volta ad accettare la prima proposta che mi viene fatta, senza scegliere, perché quella è la cosa giusta da fare. E' un bel lavoro e non posso permettermi di continuare a non lavorare. Devo essere pratico e razionale. E' così che devo essere perché è così che la gente mi vuole.
Quello che vorrei io, invece, è tornare ad essere il sognatore che ero a vent'anni e non essere obbligato a fare sempre la scelta giusta.
Ho risposto a un annuncio: cercano programmatori per un prestigioso progetto in Germania. Io non so una parola di tedesco. Mi sembra un motivo sufficiente per provarci.
Quello che mi preoccupa, però, non è il danno da me causato al pianeta ed al suo bel clima attraverso il mio irresponsabile consumo energetico (e ho scordato di dire che il piccì non lo posso spegnere perché poi non si riaccende più). Quello che mi preoccupa seriamente è giovedì. Mica un giorno come un altro. Proprio giovedì.
Giovedì succede che mi presento ad un colloquio di lavoro. Un colloquio procuratomi da quella vecchia baldracca svedese di cui ho già parlato tempo addietro. Il colloquio non è neanche il primo in quell'azienda, bensì il terzo, il che vuol dire che si parlerà di soldi. E quelli non parlano di soldi se non sono intenzionati ad offrire un lavoro.
Il lavoro in questione sarebbe anche discreto. Un tantino lontano da casa, ma questo onestamente me lo sono cercato. Un po' è quello che volevo, un po' è anche qualcosa di diverso. Le possibilità di imparare cose nuove ci sono, così come quelle di interagire con altri esseri umani. Insomma, un posto che non farei tanta fatica ad accettare. Però c'è un però.
Innanzitutto il posto è formale, cazzo com'è formale, li son quasi tutti in giacca e cravatta e io sono abituato a lavorare in jeans e maglietta stinta. Alla vigilia del primo colloquio con l'amministratore delgato, la baldracca di cui sopra mi raccomandò di vestirmi bene, ma senza esagerare, il che fu da me interpretato come un consiglio a mettermi in giacca e cravatta, ma senza essere più elegante del signor amministratore. Ovvio che, dopo un esortazione come quella, il mio istinto cafone ebbe il sopravvento e se non mi presentai in bermuda e infradito, poco ci mancò. Immagino che prima o poi arriverà il momento di comportarmi da adulto e mimetizzarmi in un ambiente formale, ma qualcosa mi dice che quel momento è ancora bel lungi dall'arrivare.
In generale, però, la mia riluttanza ad accettare quel posto viene da più lontano.
Quando un anno fa lasciai il lavoro lo feci per diversi motivi, il primo dei quali era un'opprimente sensazione di soffocamento e di impotenza.
Iniziai a lavorare una settimana dopo aver concluso il mio servizio civile. Era il lavoro per il quale avevo studiato e mi veniva offerto su un piatto d'argento. Fu la mia prima occasione e l'accettai. Da allora mi misi su un binario dal quale non mi spostai mai. Passati diversi anni cominciai a sentirmi in gabbia: sentivo di non aver mai fatto una scelta, di non avere il controllo della mia vita e di non aver mai avuto le palle per prendermelo. Era arrivato il momento di scendere dal treno e di cambiare binario. Forse ci avrei messo del tempo a capire in quale direzione sarei andato, ma l'avrei decisa io, per la prima volta mi sarei fatto carico della responsabilità di scegliere ed eventualmente fallire.
Fast forward di un anno e mi ritrovo ancora fermo davanti ai binari senza avere un'idea migliore del mio destino. Ecco quindi da dove viene la mia ansia e riluttanza ad accettare il nuovo lavoro: a distanza di dodici mesi mi trovo ancora una volta ad accettare la prima proposta che mi viene fatta, senza scegliere, perché quella è la cosa giusta da fare. E' un bel lavoro e non posso permettermi di continuare a non lavorare. Devo essere pratico e razionale. E' così che devo essere perché è così che la gente mi vuole.
Quello che vorrei io, invece, è tornare ad essere il sognatore che ero a vent'anni e non essere obbligato a fare sempre la scelta giusta.
Ho risposto a un annuncio: cercano programmatori per un prestigioso progetto in Germania. Io non so una parola di tedesco. Mi sembra un motivo sufficiente per provarci.
12 luglio 2007
Andrea
Scrivendo oggi un commento su un altro blog mi è tornato alla mente un vecchio amico di infanzia che non vedo ormai da parecchio tempo. Parecchio tempo significa diversi anni. L'ultima volta che ricordo chiaramente di averlo incontrato è stato al corso per la patente, quindi diversi anni significa davvero tanti. Le ultime volte che ci incrociammo, per di più, non ci rivolgemmo neanche la parola, comportandoci come perfetti estranei. Cosa che infatti eravamo.
Io e Andrea siamo stati amici di infanzia. Lui era il mio migliore amico ed io, ho la presunzione di credere, il suo. Se non ricordo male la nostra amicizia infantile ebbe un primo stop intorno all'età di dieci anni, non so per quale motivo. Credo che poi le nostre madri in qualche modo ci spinsero a riallacciare il rapporto ed fu allora che diventammo grandi amici.
La nostra amicizia si svolgeva prevalentemente a casa sua. Lui mi chiamava (spesso) ed io andavo da lui. Giocavamo tanto, sempre ai soliti giochi, sempre con le sue regole. Spesso il pomeriggio mi toccava la merenda ed io mi vergognavo tantissimo perché avevo paura di fare un pappone ridicolo con i biscotti intrisi nel té bollente.
La nostra amicizia non andava da nessuna parte. Rimaneva chiusa nella sua casa oppure, in estate, in qualche posto sperduto lungo la ferrovia dove schiacciavamo i vermi aggrappati alle rotaie. Non andava da nessuna parte perché già allora, e ancor di più in seguito, mi rendevo conto che non saremmo andati a ballare insieme o non avremmo trascorso le vacanze in una tenda insieme. Lui non era così, o almeno non era così che lo conoscevo.
Fu intorno ai sedici anni che la nostra amicizia terminò. Terminò come finisce una partita di calcio, quando le squadre hanno corso per novanta minuti e poi, in un momento preciso, l'arbitro dichiara tutto finito e manda i giocatori negli spogliatoi. Ma finì anche come può finire un film di David Lynch, con lo spettatore che non ha ancora capito niente e se potesse farebbe tante domande al regista per poi mandarlo sonoramente a fare in culo.
Finì che lui smise di cercarmi ed io lo lasciai fare. Non so perché lo fece, se avesse avuto dei motivi oppure se semplicemente qualcosa fosse cambiato. Forse lui era cresciuto ed era diventato una persona diversa da quella che io avevo conosciuto. Quella che avevo conosciuto senza mai riuscire ad accettare per davvero.
Per un periodo il distacco mi fece male perché non era stato un addio, ma un abbandono. Mi diedi delle colpe per non aver fatto abbastanza per salvare quell'amicizia, colpe che in gran parte avevo realmente. Poi smisi di farmi domande e smisi di odiarlo: per quanto gli avessi voluto bene come ad un fratello ero arrivato ad odiarlo come mai nessuno in vita mia, per essere stato così egoista e per non avermi aiutato a capire.
Ne fui veramente libero solamente diversi anni dopo, senza una spiegazione, ma senza più alcuna delusione. Forse libero del tutto non lo sarò mai se è vero che di tanto in tanto non posso fare a meno di pensarci. Come oggi.
L'ultima volta che lo vidi realmente fu un'esperienza imbarazzante. Frequentavamo scuole superiori diverse, in città diverse. Il sabato, però, lui usciva in anticipo e prendeva il mio stesso autobus, parecchie fermate prima di me. Essendo l'autobus sempre colmo all'inverosimile, avevamo l'accordo che lui mi avrebbe tenuto il posto accanto al suo appena si fosse liberato. Così era stato per anni ed in qualche modo così fu anche quella mattina. Io salii i gradini e lo vidi seduto in una delle prime file, accanto al finestrino, lo zaino appoggiato al suo fianco. Io lo guardai negli occhi, lui guardò me e spostò lo zaino. Mi sedetti accanto a lui senza dire una parola e da lui non ebbi una parola. Per l'intero viaggio tenemmo un silenzio gelido e imbarazzante. Chilometro dopo chilometro mi incazzavo sempre di più al punto da non riuscire più a sopportare di stargli seduto accanto. Alla prima occasione presi lo zaino che tenevo tra le gambe e lo sbattei dall'altro lato dell'autobus, una fila indietro. Mi andai a sedere da solo e da lì continuai ad odiarlo per il resto del tragitto. Mi rendevo conto che la nostra amicizia era finita lì, su quell'autobus, senza dire niente.
Non so più niente di lui, non so nemmeno se abiti ancora dove abitava un tempo. Non mi interessa saperlo e ancor meno mi interesserebbe vederlo.
A volte, però, vorrei ancora sapere il perché.
Io e Andrea siamo stati amici di infanzia. Lui era il mio migliore amico ed io, ho la presunzione di credere, il suo. Se non ricordo male la nostra amicizia infantile ebbe un primo stop intorno all'età di dieci anni, non so per quale motivo. Credo che poi le nostre madri in qualche modo ci spinsero a riallacciare il rapporto ed fu allora che diventammo grandi amici.
La nostra amicizia si svolgeva prevalentemente a casa sua. Lui mi chiamava (spesso) ed io andavo da lui. Giocavamo tanto, sempre ai soliti giochi, sempre con le sue regole. Spesso il pomeriggio mi toccava la merenda ed io mi vergognavo tantissimo perché avevo paura di fare un pappone ridicolo con i biscotti intrisi nel té bollente.
La nostra amicizia non andava da nessuna parte. Rimaneva chiusa nella sua casa oppure, in estate, in qualche posto sperduto lungo la ferrovia dove schiacciavamo i vermi aggrappati alle rotaie. Non andava da nessuna parte perché già allora, e ancor di più in seguito, mi rendevo conto che non saremmo andati a ballare insieme o non avremmo trascorso le vacanze in una tenda insieme. Lui non era così, o almeno non era così che lo conoscevo.
Fu intorno ai sedici anni che la nostra amicizia terminò. Terminò come finisce una partita di calcio, quando le squadre hanno corso per novanta minuti e poi, in un momento preciso, l'arbitro dichiara tutto finito e manda i giocatori negli spogliatoi. Ma finì anche come può finire un film di David Lynch, con lo spettatore che non ha ancora capito niente e se potesse farebbe tante domande al regista per poi mandarlo sonoramente a fare in culo.
Finì che lui smise di cercarmi ed io lo lasciai fare. Non so perché lo fece, se avesse avuto dei motivi oppure se semplicemente qualcosa fosse cambiato. Forse lui era cresciuto ed era diventato una persona diversa da quella che io avevo conosciuto. Quella che avevo conosciuto senza mai riuscire ad accettare per davvero.
Per un periodo il distacco mi fece male perché non era stato un addio, ma un abbandono. Mi diedi delle colpe per non aver fatto abbastanza per salvare quell'amicizia, colpe che in gran parte avevo realmente. Poi smisi di farmi domande e smisi di odiarlo: per quanto gli avessi voluto bene come ad un fratello ero arrivato ad odiarlo come mai nessuno in vita mia, per essere stato così egoista e per non avermi aiutato a capire.
Ne fui veramente libero solamente diversi anni dopo, senza una spiegazione, ma senza più alcuna delusione. Forse libero del tutto non lo sarò mai se è vero che di tanto in tanto non posso fare a meno di pensarci. Come oggi.
L'ultima volta che lo vidi realmente fu un'esperienza imbarazzante. Frequentavamo scuole superiori diverse, in città diverse. Il sabato, però, lui usciva in anticipo e prendeva il mio stesso autobus, parecchie fermate prima di me. Essendo l'autobus sempre colmo all'inverosimile, avevamo l'accordo che lui mi avrebbe tenuto il posto accanto al suo appena si fosse liberato. Così era stato per anni ed in qualche modo così fu anche quella mattina. Io salii i gradini e lo vidi seduto in una delle prime file, accanto al finestrino, lo zaino appoggiato al suo fianco. Io lo guardai negli occhi, lui guardò me e spostò lo zaino. Mi sedetti accanto a lui senza dire una parola e da lui non ebbi una parola. Per l'intero viaggio tenemmo un silenzio gelido e imbarazzante. Chilometro dopo chilometro mi incazzavo sempre di più al punto da non riuscire più a sopportare di stargli seduto accanto. Alla prima occasione presi lo zaino che tenevo tra le gambe e lo sbattei dall'altro lato dell'autobus, una fila indietro. Mi andai a sedere da solo e da lì continuai ad odiarlo per il resto del tragitto. Mi rendevo conto che la nostra amicizia era finita lì, su quell'autobus, senza dire niente.
Non so più niente di lui, non so nemmeno se abiti ancora dove abitava un tempo. Non mi interessa saperlo e ancor meno mi interesserebbe vederlo.
A volte, però, vorrei ancora sapere il perché.
6 luglio 2007
Avviso ai naviganti
In questo modo mi sarà possibile denunciare il furto alle autorità competenti e richiedere finalmente un duplicato della patente sul quale la faccia nella fotografia mi somigli realmente e non sembri invece l'illustrazione di un topo muschiato in un reportage del National Geographic.
In caso di successo, l'operazione sarà ripetuta, nell'ordine, con la carta di identità ed il passaporto.
Vi ringrazio anticipatamente per la collaborazione.
5 luglio 2007
Un brut quel
Non so se qualcuno ha presente Berlusconi. Non Piersivlio, quello vero. Ecco quello vero è un uomo particolare.
Indubbiamente di mestiere fa il capo dell'opposizione, almeno in questi giorni, ma quello che colpisce è che in realtà egli non faccia alcuna opposizione. Proprio per niente. Quello che fa, invece, è mantenere un basso profilo, passare il più possibile inosservato e poi, con cadenza quasi da ciclo mestruale, tornare alla ribalta regalando una boutade della quale si parli per i successivi dieci giorni. Fugacemente ci abbandona nel letto ancora caldo e ci lascia tra le braccia dei suoi inespressivi luogotenenti, i Tremonti, i Bondi, gli orridi Schifani. A volte, quando ricompare, dice stronzate, altre volte dice letteralmente stronzate, salvo poi chiarire che ha usato il turpiloquio per farsi capire dai giovani. Poi a me viene da pensare che il giovane medio una qualche idea di quando sia o non sia il caso usare turpiloquio in genere ce l'ha. Ad esempio, ad un esame di maturità il maturando dice tante stronzate, ma non è solito dire spesso stronzate. Poi, già che son qui che penso ai giovani, mi viene anche da pensare che per quanto egli si sforzi di tirarsi la faccia in tutte le direzioni fino a ritrovarsi le narici sulla fronte spaziosa, giovane egli non può definirsi né fuori né dentro, e anche da un paio di generazioni ormai.
Chi se ne intende considera Indro Montanelli uno dei padri del giornalismo italiano, uno che d'Italia e di italiani se ne intendeva. Una volta Montanelli ebbe a dire che Berlusconi è come una brutta malattia, una malattia che può essere vinta solo per mezzo di un potente vaccino. Lasciatelo governare, disse. Dopo averlo visto al potere gli italiani avrebbero perso qualsiasi interesse nell'individuo. Bene, Montanelli sarà anche stato un grande giornalista, ma quella volta aveva veramente pisciato fuori dal vaso.
Indubbiamente di mestiere fa il capo dell'opposizione, almeno in questi giorni, ma quello che colpisce è che in realtà egli non faccia alcuna opposizione. Proprio per niente. Quello che fa, invece, è mantenere un basso profilo, passare il più possibile inosservato e poi, con cadenza quasi da ciclo mestruale, tornare alla ribalta regalando una boutade della quale si parli per i successivi dieci giorni. Fugacemente ci abbandona nel letto ancora caldo e ci lascia tra le braccia dei suoi inespressivi luogotenenti, i Tremonti, i Bondi, gli orridi Schifani. A volte, quando ricompare, dice stronzate, altre volte dice letteralmente stronzate, salvo poi chiarire che ha usato il turpiloquio per farsi capire dai giovani. Poi a me viene da pensare che il giovane medio una qualche idea di quando sia o non sia il caso usare turpiloquio in genere ce l'ha. Ad esempio, ad un esame di maturità il maturando dice tante stronzate, ma non è solito dire spesso stronzate. Poi, già che son qui che penso ai giovani, mi viene anche da pensare che per quanto egli si sforzi di tirarsi la faccia in tutte le direzioni fino a ritrovarsi le narici sulla fronte spaziosa, giovane egli non può definirsi né fuori né dentro, e anche da un paio di generazioni ormai.
Chi se ne intende considera Indro Montanelli uno dei padri del giornalismo italiano, uno che d'Italia e di italiani se ne intendeva. Una volta Montanelli ebbe a dire che Berlusconi è come una brutta malattia, una malattia che può essere vinta solo per mezzo di un potente vaccino. Lasciatelo governare, disse. Dopo averlo visto al potere gli italiani avrebbero perso qualsiasi interesse nell'individuo. Bene, Montanelli sarà anche stato un grande giornalista, ma quella volta aveva veramente pisciato fuori dal vaso.
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