Dopo quasi due mesi di permanenza sul nuovo posto di lavoro, questa sera, chiacchierando del più e del meno con i colleghi, si arriva casualmente a nominare quel gran pezzo di figa conosciuta ai più come Vecchia Baldracca Svedese; il motivo di tanto interesse sono i tremila euri che l'attempata matrona ha incassato dall'azienda per aver reso cotanto servizio nel corso della mia assunzione.
Prendendo la palla al balzo, domando ai miei colleghi quanti candidati si fossero presentati per il posto a cui io stesso avevo ambito e, come in realtà avevo già immaginato, mi viene detto che il numero di rivali era stato particolarmente esiguo: uno. Beh, non male, mi dico. Ho battuto ben un'altra persona. Sono stato il migliore. Su due, certo, ma sempre il migliore.
Poi, en passant, la collega chiacchierona mi informa simpaticamente dei nomignoli con i quali la mia di lì a poco capa aveva etichettato me e il mio sfortunato sfidante subito dopo i rispettivi colloqui. Io ero stato Quello Con La Tracolla, lui Il Finocchietto.
Io, lo confesso, la tracolla ce l'avevo davvero, non so l'altro quanto avesse di finocchietto.
Certo, però, che alle prime impressioni non andrebbe mai dato più di tanto credito.
24 ottobre 2007
19 ottobre 2007
Ma lui non parla mai?
Proprio così, domanda il dottor C. a lei che gli cammina accanto. Ma lui non parla mai? Lui sarei io, a completare il terzetto in spedito movimento. Ora, per quanto potrà sembrare strano, lui (cioè io) non parla se non ha niente da dire e, curiosamente, parla ancor meno se il di lui interlocutore non è degno di particolare intersse. Perciò, egregio dottor C, se io non parlo la colpa è solamente sua, se ne faccia una ragione.
Breve dialogo tra il sottoscritto e sé medesimo:
Usando violenza contro me stesso mi ritrovo ora ad intrattenere i miei amati colleghi offrendo un misero banchetto celebrativo che quei torvi avvoltoi si stanno spazzolando a velocità supersonica.
Breve dialogo tra il sottoscritto e un torvo avvoltoio qualsiasi
[per inciso: sì, ne dimostro (molti) meno e me ne vanto, tzé, tzé!]
Breve dialogo tra il sottoscritto e sé medesimo:
iS: Qui c'è qualcuno che dovrebbe imparare ad assumersi le proprie responsabilità e a riconoscere i propri difetti.
sM: Fottiti.
iS: Questo non è proprio l'atteggiamento adatto, prima o poi dovrai affrontare la questione.
sM: Fanculo, stronzo.
iS: Guarda che se continui così non riuscirai mai a instaurare rapporti solidi e duraturi.
sM: Muori.
sM: Fottiti.
iS: Questo non è proprio l'atteggiamento adatto, prima o poi dovrai affrontare la questione.
sM: Fanculo, stronzo.
iS: Guarda che se continui così non riuscirai mai a instaurare rapporti solidi e duraturi.
sM: Muori.
Usando violenza contro me stesso mi ritrovo ora ad intrattenere i miei amati colleghi offrendo un misero banchetto celebrativo che quei torvi avvoltoi si stanno spazzolando a velocità supersonica.
Breve dialogo tra il sottoscritto e un torvo avvoltoio qualsiasi
tA: Chi compie gli anni?
iS: io.
tA: E quanti sono?
iS: 30.
tA: Ah.
iS: eh.
tA: Ma sai che non li dimostri affatto?
iS: grazie.
tA: E come festeggi questo evento?
iS: non lo festeggio.
tA: Come? Perché non lo festeggi? DEVI festeggiarlo!
iS: non mi va.
tA: Ma dai, sei così giovane.
iS: no. sono vecchio. ho un piede nella fossa. i vermi già banchettano sul mio cadavere.
tA: Non dici sul serio.
iS: muori.
iS: io.
tA: E quanti sono?
iS: 30.
tA: Ah.
iS: eh.
tA: Ma sai che non li dimostri affatto?
iS: grazie.
tA: E come festeggi questo evento?
iS: non lo festeggio.
tA: Come? Perché non lo festeggi? DEVI festeggiarlo!
iS: non mi va.
tA: Ma dai, sei così giovane.
iS: no. sono vecchio. ho un piede nella fossa. i vermi già banchettano sul mio cadavere.
tA: Non dici sul serio.
iS: muori.
[per inciso: sì, ne dimostro (molti) meno e me ne vanto, tzé, tzé!]
17 ottobre 2007
Twitter Time
Lo so anch'io di quanto sia stupida questa cosa, cose credete? Ma nel caso che voleste dire la vostra anche sulle mie ultimissime attività od esternazioni non sarò certo io a mettervi il bastone fra le ruote. Ecco quindi che questo è il posto che stavate cercando. Lasciate qui sotto il vostro commento o, nel caso siate così irrimediabilmente geek da essere anche voi iscritti a Twitter, fatelo direttamente da là.
14 ottobre 2007
Fisiologia democratica
Oggi ho partecipato a quella grande mobilitazione popolare che sono state le primarie del nascente Partito Democratico. Con quale acceso fervore ho aderito a questa pregevole iniziativa, mi chiedete? Vi basti sapere che sono intenzionalmente uscito di casa senza pisciare: in questo modo ho sbrigato la pratica nel più breve tempo possibile e sono tornato spedito alla mia magione dove mi attendevano ben altre urgenze. Ecco.
9 ottobre 2007
Pinocchio nel Paese dei Bambocci
Sono passati pochi giorni da quando il ministro Padoa Schioppa ha amichevolmente affibbiato al sottoscritto, nonché a un discreto numero di giovani italiani, la simpatica etichetta di bamboccione. In questi pochi giorni la sua esternazione scomposta è stata citata decine di volte, analizzata e soppesata da chiunque, a volte in modo scherzoso, altre con toni più risentiti. La costante di ciascuna di queste analisi è sempre stata il fattore economico. I bamboccioni infatti si chiedono: «ma come cazzo facciamo ad andare via di casa con un lavoro precario e uno stipendio da fame?»
Pur non volendo entrare nel merito della questione, ho spesso l'impressione che l'argomento economico venga utilizzato per mascherare una realtà ugualmente sgradevole, ma assai meno decorosa. Forse lo dico perché mi sento chiamato in causa oppure per qualche latente senso di colpa, ma a me questa storia puzza un sacco di ipocrisia.
L'esempio banale che faccio, ma forse l'unico sul quale posso esprimermi, lo prendo a casa mia. Mia madre a ventunanni si è sposata e a ventitre ha avuto il suo primo figlio. Ai tempi della scuola potevo vantarmi di avere una mamma giovane, ma di certo di lei non si può dire che sia stata particolarmente precoce.
Ancora giovani, mia madre e mio padre lasciarono le rispettive case natali per andare a vivere insieme in un appartamento nuovo, ancora fresco di cantiere, che poterono permettersi con l'aiuto dei genitori. E' evidente che io questo non lo mai potrei fare, neanche se mi mettessi ad imprecare in Urdu, ma tra me e loro esiste anche un'altra sostanziale differenza: loro avevano conosciuto la povertà, con essa avevano convissuto fin dalla prima infanzia. Per loro la vita non poteva fare altro che migliorare. Per loro sposarsi, comprare una casa, assumersi le responsabilità di una famiglia, non erano un problema da affrontare, ma la via per costruirsi un futuro migliore.
Poi guardo me stesso e penso che se io avessi ora il denaro necessario per comprare una casa (o anche solo per affittarla) liquido e disponibile, i miei problemi non potrebbero di certo dirsi risolti, anzi, forse starebbero solo per iniziare. Quanti sforzi dovrei fare per potermi mantenere da solo? Quanto dovrei tirare la cinghia? Quanto tempo non potrei più dedicare a me stesso? In definitiva, a quanta parte della mia vita precedente dovrei rinunciare solo per sentirmi indipendente? Perché il problema è anche questo: io non ho conosciuto la poverà; per quanto la mia famiglia non vi si sia mai discostata molto, io ho conosciuto gli agi e i lussi della mia epoca, cose alle quali ora farei fatica a rinunciare. A rinunciare per chi, poi? Non per una moglie, né per un figlio, ma solo per me stesso o, come si usa dire, per l'anima del cazzo.
Viviamo in una cultura nella quale la casa la si è sempre lasciata, quando la si è lasciata, al momento del matrimonio. Ora che l'età del matrimonio si è spostata più avanti, molto più avanti, servono altri motivi per varcare quella soglia. Lo si può fare per andare a studiare o a lavorare in un'altra città; lo si può fare se esiste un motivo. E se il motivo non esiste si finisce per ritrovarsi in un lungo periodo di transizione, a cavallo tra due famiglie, che prima non esisteva e di cui ora non sappiamo che farci.
Lasciare la casa d'origine non per necessità, ma per il solo desiderio di indipendenza, invece, è tutta un'altra storia e richiede una motivazione che spesso non riusciamo a darci. Non ci sentiamo obbligati a darcela. Per questo è fondamentale che si arrivi a pensare, che tutti arrivino a pensare, che uscire di casa senza farsi una famiglia sia normale; che non si tratta di egoismo giovanile, di un frivolo desiderio di libertà, ma di necessità della persona; non di una scelta, ma di un passo naturale nella vita di ognuno.
Perché una cosa deve essere chiara: o si arriva a stabilire che la persona vale individualmente, a prescindere dalla famiglia nella quale si trova, che sia quella di origine o quella di destinazione, oppure hanno ragione i bamboccioni: si esce di casa quando ci si sposa, a qualunque età questo possa accadere.
E' ovvio che non si può generalizzare: sicuramente la questione economica impedisce a tanti giovani volenterosi di affrancarsi dalla famiglia ed iniziare una vita propria, ma questo non può essere un alibi dietro al quale nascondere una cultura familiare che appare ormai più arcaica e ingessata dello stesso Padoa Schioppa.
Pur non volendo entrare nel merito della questione, ho spesso l'impressione che l'argomento economico venga utilizzato per mascherare una realtà ugualmente sgradevole, ma assai meno decorosa. Forse lo dico perché mi sento chiamato in causa oppure per qualche latente senso di colpa, ma a me questa storia puzza un sacco di ipocrisia.
L'esempio banale che faccio, ma forse l'unico sul quale posso esprimermi, lo prendo a casa mia. Mia madre a ventunanni si è sposata e a ventitre ha avuto il suo primo figlio. Ai tempi della scuola potevo vantarmi di avere una mamma giovane, ma di certo di lei non si può dire che sia stata particolarmente precoce.
Ancora giovani, mia madre e mio padre lasciarono le rispettive case natali per andare a vivere insieme in un appartamento nuovo, ancora fresco di cantiere, che poterono permettersi con l'aiuto dei genitori. E' evidente che io questo non lo mai potrei fare, neanche se mi mettessi ad imprecare in Urdu, ma tra me e loro esiste anche un'altra sostanziale differenza: loro avevano conosciuto la povertà, con essa avevano convissuto fin dalla prima infanzia. Per loro la vita non poteva fare altro che migliorare. Per loro sposarsi, comprare una casa, assumersi le responsabilità di una famiglia, non erano un problema da affrontare, ma la via per costruirsi un futuro migliore.
Poi guardo me stesso e penso che se io avessi ora il denaro necessario per comprare una casa (o anche solo per affittarla) liquido e disponibile, i miei problemi non potrebbero di certo dirsi risolti, anzi, forse starebbero solo per iniziare. Quanti sforzi dovrei fare per potermi mantenere da solo? Quanto dovrei tirare la cinghia? Quanto tempo non potrei più dedicare a me stesso? In definitiva, a quanta parte della mia vita precedente dovrei rinunciare solo per sentirmi indipendente? Perché il problema è anche questo: io non ho conosciuto la poverà; per quanto la mia famiglia non vi si sia mai discostata molto, io ho conosciuto gli agi e i lussi della mia epoca, cose alle quali ora farei fatica a rinunciare. A rinunciare per chi, poi? Non per una moglie, né per un figlio, ma solo per me stesso o, come si usa dire, per l'anima del cazzo.
Viviamo in una cultura nella quale la casa la si è sempre lasciata, quando la si è lasciata, al momento del matrimonio. Ora che l'età del matrimonio si è spostata più avanti, molto più avanti, servono altri motivi per varcare quella soglia. Lo si può fare per andare a studiare o a lavorare in un'altra città; lo si può fare se esiste un motivo. E se il motivo non esiste si finisce per ritrovarsi in un lungo periodo di transizione, a cavallo tra due famiglie, che prima non esisteva e di cui ora non sappiamo che farci.
Lasciare la casa d'origine non per necessità, ma per il solo desiderio di indipendenza, invece, è tutta un'altra storia e richiede una motivazione che spesso non riusciamo a darci. Non ci sentiamo obbligati a darcela. Per questo è fondamentale che si arrivi a pensare, che tutti arrivino a pensare, che uscire di casa senza farsi una famiglia sia normale; che non si tratta di egoismo giovanile, di un frivolo desiderio di libertà, ma di necessità della persona; non di una scelta, ma di un passo naturale nella vita di ognuno.
Perché una cosa deve essere chiara: o si arriva a stabilire che la persona vale individualmente, a prescindere dalla famiglia nella quale si trova, che sia quella di origine o quella di destinazione, oppure hanno ragione i bamboccioni: si esce di casa quando ci si sposa, a qualunque età questo possa accadere.
E' ovvio che non si può generalizzare: sicuramente la questione economica impedisce a tanti giovani volenterosi di affrancarsi dalla famiglia ed iniziare una vita propria, ma questo non può essere un alibi dietro al quale nascondere una cultura familiare che appare ormai più arcaica e ingessata dello stesso Padoa Schioppa.
5 ottobre 2007
Metti caso
Metti una sera nel locale ai cui tavoli serve il ragazzo più carino della provincia. Metti che costui, pulendo il tavolo accanto al tuo, si piega in avanti sbattendoti in faccia trenta centimetri di mutanda. Metti che tu hai già mangiato, ma uno stuzzichino te lo faresti ancora. Metti tutto questo e dimmi: un morso sul culo sarebbe molto inappropriato?
Metti una giorno a pranzo con i colleghi. Metti che tu hai dormito poco e non hai voglia di parlare. Metti che lei sta di fronte a te dimostrandoti attivamente il significato della parola logorrea. Metti che rientrando a piedi ti racconta del gattino morto e già lo sai che le manca poco per aprire i rubinetti. Metti che tu non hai neanche idea di cosa dire per tirarla su e dimmi: la randellata in testa la dai a lei oppurei a te stesso?
Metti che un giorno ti vai a vedere le tue foto su Flickr e ci trovi solo del gran porno. Metti che, sbigottito, incolpi un hacker di aver sostituito le tue immagini con quelle porcherie. Metti che, se non bastasse, lo accusi anche di avere usato del porno scadente. Metti che poi svuoti la cache di Firefox e magicamente su Flickr tutto torna normale. Metti che infine ti rendi conto che quel porno scadente ce l'avevi tu sul tuo computer e dimmi: è ora di cambiare browser o di cambiare abitudini?
Metti una giorno a pranzo con i colleghi. Metti che tu hai dormito poco e non hai voglia di parlare. Metti che lei sta di fronte a te dimostrandoti attivamente il significato della parola logorrea. Metti che rientrando a piedi ti racconta del gattino morto e già lo sai che le manca poco per aprire i rubinetti. Metti che tu non hai neanche idea di cosa dire per tirarla su e dimmi: la randellata in testa la dai a lei oppurei a te stesso?
Metti che un giorno ti vai a vedere le tue foto su Flickr e ci trovi solo del gran porno. Metti che, sbigottito, incolpi un hacker di aver sostituito le tue immagini con quelle porcherie. Metti che, se non bastasse, lo accusi anche di avere usato del porno scadente. Metti che poi svuoti la cache di Firefox e magicamente su Flickr tutto torna normale. Metti che infine ti rendi conto che quel porno scadente ce l'avevi tu sul tuo computer e dimmi: è ora di cambiare browser o di cambiare abitudini?
2 ottobre 2007
Servizietto pubblico
Ovviamente, essendo il TG1, non hanno bussato alla porta di Raitre chiedendo se per favore gli prestavano il filmato, ma hanno optato per prelevarne una versione pixellosa e cubettosa da quel bel sito che è Corriere.it.
Riotta, qualcosa da dichiarare?
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tg1
1 ottobre 2007
Criptico
Non so per quale motivo, ma me l'aspettavo. Non sarà senso senso, forse solo abietto maschilismo, ma io lo vedevo troppo arrivare. Così è arrivato e io l'ho preso dritto in fronte (o, come direbbe gente meno fine di me, l'ho preso dritto nel culo).
Per carità, non posso prendermela con nessuno, anzi, dovrei gioire delle cose belle che capitano intorno a me, ma si sa, è difficile gioire quando si ha un roseto infilato nel culo (se divento troppo sboccato ditemelo eh!).
Io stasera mi scavo la fossa. Qualcuno ha tempo per venire a coprirmi?
Per carità, non posso prendermela con nessuno, anzi, dovrei gioire delle cose belle che capitano intorno a me, ma si sa, è difficile gioire quando si ha un roseto infilato nel culo (se divento troppo sboccato ditemelo eh!).
Io stasera mi scavo la fossa. Qualcuno ha tempo per venire a coprirmi?
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