Uno dei variegati motivi per cui circa un anno fa decidevo di lasciare il lavoro era il voler cambiare ambiente, vedere posti nuovi, conoscere nuove persone.
Mi duole constatare come l'esperimento stia miseramente fallendo.
30 marzo 2007
29 marzo 2007
Si fa ma non si dice
Approfitto della nota pastorale da poco pubblicata per dire una cosa che c'entra poco o niente, ma un po' forse c'entra. Non intendo commentarla perché non ne ho la competenza e già l'hanno fatto altri ben più autorevoli di me. L'unica considerazione che potrei fare in merito riguarda la conclusione logica ma non scritta di tale nota. Proibendo di "appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica" di fatto dice che il cattolico politico non può pensare con la propria testa e decidere secondo coscienza. Essendo questi requisiti fondamentali del parlamentare, le soluzioni possibili sono solo due: o il parlamentare smette di dichiarasi cattolico oppure rassegna le proprie dimissioni per incompatibilità con l'ufficio che ricopre.
Ma non è di questo che volevo parlare. Ciò che notavo invece in tutto questo dibattito tra Stato e Chiesa sulla grana delle unioni di fatto è una imprevista mancanza. Una cosa piccola piccola che in teoria dovrebbe esserci, ma che in realtà non c'è. Un piccolo tabù del quale la Chiesa soffre, ma che essa stessa sembra essersi autoimposto.
Se io mi dovessi domandare su cosa la religione basi la propria ostilità alle unioni di fatto la prima risposta che mi verrebbe alla mente sarebbe il peccato. Proprio quello, il peccato. Voglio dire, se la Chiesa deve salvare le nostre anime allora dovrebbe insegnarci cosa è peccato e aiutarci ad evitarlo. E' chiaro il motivo per cui le coppie gay non possono essere accettate, lì c'è un peccato grande come una casa. E non lo dico io, lo dicono le Sacre Scritture che, mi si consenta, sono ben più autorevoli delle Note della CEI. Ma neanche le coppie etero si possono ritenere al riparo perché un uomo e una donna che dividono lo stesso tetto e lo stesso letto, per di più fornicando, prima del matrimonio sguazzano nello stesso brutto peccato.
Ed ecco la mancanza. Nessuno che nomini il peccato. Il peccato è un offesa a Dio e come tale deve essere sempre condannata duramente. Ma non c'è nessun prelato, a nessun livello, che osi pronunciare quella parola. Ormai non si vergognano più a parlare apertamente di coppie gay, il peccato è il vero ultimo tabù.
E' tabù perché se la Chiesa dovesse anche solo accennarvi, solo casualmente nominarlo, si escluderebbe automaticamente dall'intero dibattito, che uno stato democratico mica può discutere di leggi e di peccati nella stessa circostanza, a meno che non sia intenzionato a tramutarsi in teocrazia. Ciò che quindi è il fondamento stesso di ogni posizione cattolica, posizioni che si basano sulla Bibbia, sulla Parola di Dio, viene messo astutamente da parte per evitare di essere presi a pesci in faccia, per non scadere nel ridicolo, perché ridicolo sarebbe agli occhi di una nazione non così medievale.
Mi dispiace di questa ipocrisia Cattolica, del voler nascondere l'origine del tutto dietro alla maschera democratica e illuminista di teorie frettolosamente imbastite sulla famiglia, sulla società, sul diritto, la legge naturale, le richieste del privato e le esigenze del pubblico. Teorie talmente raffazzonate che qualunque antropologo alle prime armi saprebbe smontare in cinque minuti.
Ma se la Chiesa si occupa della società e delle leggi dello Stato, chi rimane ad occuparsi delle nostre anime? Mi sembra di rivedere quella scena in Monsignore ma non troppo in cui don Camillo esclama davanti ad una platea adorante che "il Cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro" e Peppone stizzito lo redarguisce all'orecchio "Don Camillo, qui si bara, i comunisti siamo noi!".
Basta coi tabù e ognuno faccia il proprio mestiere.
Ma non è di questo che volevo parlare. Ciò che notavo invece in tutto questo dibattito tra Stato e Chiesa sulla grana delle unioni di fatto è una imprevista mancanza. Una cosa piccola piccola che in teoria dovrebbe esserci, ma che in realtà non c'è. Un piccolo tabù del quale la Chiesa soffre, ma che essa stessa sembra essersi autoimposto.
Se io mi dovessi domandare su cosa la religione basi la propria ostilità alle unioni di fatto la prima risposta che mi verrebbe alla mente sarebbe il peccato. Proprio quello, il peccato. Voglio dire, se la Chiesa deve salvare le nostre anime allora dovrebbe insegnarci cosa è peccato e aiutarci ad evitarlo. E' chiaro il motivo per cui le coppie gay non possono essere accettate, lì c'è un peccato grande come una casa. E non lo dico io, lo dicono le Sacre Scritture che, mi si consenta, sono ben più autorevoli delle Note della CEI. Ma neanche le coppie etero si possono ritenere al riparo perché un uomo e una donna che dividono lo stesso tetto e lo stesso letto, per di più fornicando, prima del matrimonio sguazzano nello stesso brutto peccato.
Ed ecco la mancanza. Nessuno che nomini il peccato. Il peccato è un offesa a Dio e come tale deve essere sempre condannata duramente. Ma non c'è nessun prelato, a nessun livello, che osi pronunciare quella parola. Ormai non si vergognano più a parlare apertamente di coppie gay, il peccato è il vero ultimo tabù.
E' tabù perché se la Chiesa dovesse anche solo accennarvi, solo casualmente nominarlo, si escluderebbe automaticamente dall'intero dibattito, che uno stato democratico mica può discutere di leggi e di peccati nella stessa circostanza, a meno che non sia intenzionato a tramutarsi in teocrazia. Ciò che quindi è il fondamento stesso di ogni posizione cattolica, posizioni che si basano sulla Bibbia, sulla Parola di Dio, viene messo astutamente da parte per evitare di essere presi a pesci in faccia, per non scadere nel ridicolo, perché ridicolo sarebbe agli occhi di una nazione non così medievale.
Mi dispiace di questa ipocrisia Cattolica, del voler nascondere l'origine del tutto dietro alla maschera democratica e illuminista di teorie frettolosamente imbastite sulla famiglia, sulla società, sul diritto, la legge naturale, le richieste del privato e le esigenze del pubblico. Teorie talmente raffazzonate che qualunque antropologo alle prime armi saprebbe smontare in cinque minuti.
Ma se la Chiesa si occupa della società e delle leggi dello Stato, chi rimane ad occuparsi delle nostre anime? Mi sembra di rivedere quella scena in Monsignore ma non troppo in cui don Camillo esclama davanti ad una platea adorante che "il Cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro" e Peppone stizzito lo redarguisce all'orecchio "Don Camillo, qui si bara, i comunisti siamo noi!".
Basta coi tabù e ognuno faccia il proprio mestiere.
26 marzo 2007
Amori scolastici /2
Ora le cose si fanno più confuse, perché cronologicamente parlando, non mi ricordo una minchia. Durante il primo anno delle scuole superiori si incontra un sacco di gente nuova. Ed io incontrai una ragazzina bionda di nome Elena. Mi ricordo Elena con i capelli morbidi e arruffati, gli occhi chiari e le guance infiammate di rosso. Veniva accompagnata a scuola su una adorabile 500 gialla ed era molto timida. Non era quella che si potesse definire una ragazza bellissima, ma a me in qualche modo piaceva molto, forse perché anche io ero molto timido ed il suo carattere riservato mi faceva sentire a mio agio. Ricordo un'insegnante che, parlando con mia madre, le raccontava di quanto eravamo impacciati seduti fianco a fianco, sostenendo che ogni volta che incrociavamo gli sguardi sembrava quasi volessimo chiederci scusa. Bugiarda! Ma in quel periodo, intanto, avevo intrecciato anche una bella amicizia con Greta, una ragazza dai capelli dritti e neri che portava degli occhiali spessi. Greta era simpaticissima, ma da morire dal ridere. Per un periodo sedetti nel banco dietro al suo e mi divertii un casino. Andavamo molto d'accordo e un po' alla volta mi affezionai a lei a tal punto dal vedere un bacetto sulla guancia salutandoci prima di Natale, come un segno inequivocabile dei suoi sentimenti. Peccato che in breve tempo sarebbe diventata una vera stronza. Nel senso buono, per carità! Ma per riuscire a parlare con lei sembrava si dovesse prendere appuntamento al CUP con mesi di anticipo. Neanche fosse stata sta gran figa! Ma il meglio doveva ancora arrivare.
Fortunatamente di lì a poco mi sarei accorto dell'esistenza di una ragazza con la quale avevo condiviso un anno e mezzo di scuola senza mai degnarla di uno sguardo. Si chiamava Monica, l'amica di Elena, ed era considerata dai più una ragazza di rara bellezza. Io mi svegliai nel novembre del '92 e da allora non ebbi occhi che per lei. Me ne innamorai perdutamente e non solo per il suo piacevole aspetto, ma soprattutto perché era una persona che ammiravo con la testa oltre che con il cuore. Dava l'idea di tranquillità e rilassatezza, ti diceva che il mondo spesso era di merda, ma non per questo dovevi lasciarti prendere dalle paure; che i problemi ci sono, a volte li supererai e a volte no, ma che in ogni caso non devi lasciarti andare alle preoccupazioni fino al minuto prima di doverli affrontare, perché prima o poi li affronterai ed è sempre meglio farlo con serenità e un poco di incoscienza. Monica aveva un ragazzo decisamente stabile e una fila di corteggiatori, a cominciare da Andrea che palesemente le moriva dietro, ma con lei riuscii ad instaurare un rapporto che seppur breve mi segnò profondamente, regalandomi le emozioni più intense che mai avessi provato o avrei potuto provare. Innamorarmi di lei fu allo stesso tempo un dono e una dannazione. Un dono perché mi fece capire per la prima volte cosa significasse veramente provare un sentimento sincero per un'altra persona. Una dannazione perché finii per idealizzarla e portarmi dentro il suo ricordo per molti anni, sentendomi sempre più incapace di innamorarmi di nuovo. E chissà poi se lo sono davvero.
La scuola finì pochi anni dopo e devo dire che non ci furono più ragazze che mi facessero sognare come era accaduto un tempo, ma questa, forse, è un'altra storia...
Fortunatamente di lì a poco mi sarei accorto dell'esistenza di una ragazza con la quale avevo condiviso un anno e mezzo di scuola senza mai degnarla di uno sguardo. Si chiamava Monica, l'amica di Elena, ed era considerata dai più una ragazza di rara bellezza. Io mi svegliai nel novembre del '92 e da allora non ebbi occhi che per lei. Me ne innamorai perdutamente e non solo per il suo piacevole aspetto, ma soprattutto perché era una persona che ammiravo con la testa oltre che con il cuore. Dava l'idea di tranquillità e rilassatezza, ti diceva che il mondo spesso era di merda, ma non per questo dovevi lasciarti prendere dalle paure; che i problemi ci sono, a volte li supererai e a volte no, ma che in ogni caso non devi lasciarti andare alle preoccupazioni fino al minuto prima di doverli affrontare, perché prima o poi li affronterai ed è sempre meglio farlo con serenità e un poco di incoscienza. Monica aveva un ragazzo decisamente stabile e una fila di corteggiatori, a cominciare da Andrea che palesemente le moriva dietro, ma con lei riuscii ad instaurare un rapporto che seppur breve mi segnò profondamente, regalandomi le emozioni più intense che mai avessi provato o avrei potuto provare. Innamorarmi di lei fu allo stesso tempo un dono e una dannazione. Un dono perché mi fece capire per la prima volte cosa significasse veramente provare un sentimento sincero per un'altra persona. Una dannazione perché finii per idealizzarla e portarmi dentro il suo ricordo per molti anni, sentendomi sempre più incapace di innamorarmi di nuovo. E chissà poi se lo sono davvero.
La scuola finì pochi anni dopo e devo dire che non ci furono più ragazze che mi facessero sognare come era accaduto un tempo, ma questa, forse, è un'altra storia...
22 marzo 2007
Pensieri primaverili sparsi
Ovvero argomenti che non valgono la pena di essere trattati in altra sede.
Da qualche tempo ho preso la brutta abitudine di tagliuzzarmi i capelli da solo, giusto quando li vedo un po' lunghi qua e la. La cosa è fisicamente infattibile e ancora non sono conscio del danno irrimediabile che mi sto procurando.
Le pagine personali su MySpace fanno regalmente cagare. Non capisco come chicchessia possa riuscire a leggerle. Nondimeno, i blog scritti su Windows Live Spaces sono inguardabili. Fatevene una ragione.
Mi scuso con chiunque abbia avuto l'impressione che non legga più il suo blog o abbia notato che non commento più. La colpa ricade integralmente su Google Reader, utilissimo strumento che agevola la mia faticosa attività di lurker, ma che al contempo subliminalmente mi scoraggia dal lasciare commenti. Cercherò di rimediare.
Mi scuso altresì con i titolari dei blog sui quali lascio commenti fiume. Lo so, lo spazio è il vostro e non dovrei occuparvelo con il mio inutile ciarpame.
SecondLife è una merda. E' l'unico ambiente nel quale riesco a diventare ancora meno socievole di quanto non sia già nella mia prima vita, cazzo e fanculo!
Ho una voglia disperata di innamorarmi. Ma proprio disperata tipo che se solo mi fermo a pensarci mi si spezza il fiato.
L'ultimo giorno di scuola in terza (credo) ragioneria me la sono fatta letteralmente nelle mutande. Questo simpatico aneddoto, mai raccontato prima d'ora, meriterebbe di essere narrato e approfondito in un post che ovviamente non scriverò mai.
Amici è doverosamente finito ed io mi sento già sollevato. Ma mi sento anche un po' perso, come se la mia vita ormai non avesse più alcun senso. E in più rimango con una domanda insoddisfatta: io come ce l'ho il collo del piede? Quasi quasi faccio una foto e la sottopongo al giudizio degli esperti.
Mi incombe la necessità di comprare un paio di jeans perché i miei vecchi amati Diesel stanno veramente diventando ridicoli. Ho però il terrore che la stagione primavera/estate 2007 abbia in serbo novità stilistiche raccapriccianti (almeno a giudicare dalle vetrine) perciò continuo a tentennare.
Sto iniziando a nutrire un pericoloso interesse per la cosmetica maschile (le cremine intendo! e che avevate capito?). Chiedo l'intervento di qualcuno che mi fermi prima del precipizio, o che eventualmente mi consigli gli acquisti migliori.
E per finire, avendo notato come all'indomani di questo post siano arrivati sul mio blog diversi individui amanti del simpatico toscano (ah, la magia dei referrer!) io ci riprovo. Quindi nel caso qualcuno conoscesse personalmente Matteo Bocciarelli, star indiscussa del programma di culto Tuscolana 1055, voglia per favore fargli sapere che una pizza e un cinema non glieli rifiuto di certo. Sempre cortesemente.
Adieu.
Da qualche tempo ho preso la brutta abitudine di tagliuzzarmi i capelli da solo, giusto quando li vedo un po' lunghi qua e la. La cosa è fisicamente infattibile e ancora non sono conscio del danno irrimediabile che mi sto procurando.
Le pagine personali su MySpace fanno regalmente cagare. Non capisco come chicchessia possa riuscire a leggerle. Nondimeno, i blog scritti su Windows Live Spaces sono inguardabili. Fatevene una ragione.
Mi scuso con chiunque abbia avuto l'impressione che non legga più il suo blog o abbia notato che non commento più. La colpa ricade integralmente su Google Reader, utilissimo strumento che agevola la mia faticosa attività di lurker, ma che al contempo subliminalmente mi scoraggia dal lasciare commenti. Cercherò di rimediare.
Mi scuso altresì con i titolari dei blog sui quali lascio commenti fiume. Lo so, lo spazio è il vostro e non dovrei occuparvelo con il mio inutile ciarpame.
SecondLife è una merda. E' l'unico ambiente nel quale riesco a diventare ancora meno socievole di quanto non sia già nella mia prima vita, cazzo e fanculo!
Ho una voglia disperata di innamorarmi. Ma proprio disperata tipo che se solo mi fermo a pensarci mi si spezza il fiato.
L'ultimo giorno di scuola in terza (credo) ragioneria me la sono fatta letteralmente nelle mutande. Questo simpatico aneddoto, mai raccontato prima d'ora, meriterebbe di essere narrato e approfondito in un post che ovviamente non scriverò mai.
Amici è doverosamente finito ed io mi sento già sollevato. Ma mi sento anche un po' perso, come se la mia vita ormai non avesse più alcun senso. E in più rimango con una domanda insoddisfatta: io come ce l'ho il collo del piede? Quasi quasi faccio una foto e la sottopongo al giudizio degli esperti.
Mi incombe la necessità di comprare un paio di jeans perché i miei vecchi amati Diesel stanno veramente diventando ridicoli. Ho però il terrore che la stagione primavera/estate 2007 abbia in serbo novità stilistiche raccapriccianti (almeno a giudicare dalle vetrine) perciò continuo a tentennare.
Sto iniziando a nutrire un pericoloso interesse per la cosmetica maschile (le cremine intendo! e che avevate capito?). Chiedo l'intervento di qualcuno che mi fermi prima del precipizio, o che eventualmente mi consigli gli acquisti migliori.
E per finire, avendo notato come all'indomani di questo post siano arrivati sul mio blog diversi individui amanti del simpatico toscano (ah, la magia dei referrer!) io ci riprovo. Quindi nel caso qualcuno conoscesse personalmente Matteo Bocciarelli, star indiscussa del programma di culto Tuscolana 1055, voglia per favore fargli sapere che una pizza e un cinema non glieli rifiuto di certo. Sempre cortesemente.
Adieu.
20 marzo 2007
Amori scolastici /1
La carriera scolastica di ogni bambino della mia generazione ha avuto inizio intorno ai 3 anni quando è stato iscritto all'asilo infantile, che come sapete oggi non esiste più, ma ormai non sono problemi che mi riguardino. Ed allora mi fu assegnata la prima fidanzatina della storia. Si chiamava Emily ed aveva i capelli biondi e lunghi. E quando dico lunghi intendo una Panicucci dell'età dell'oro. Capelli di sole e di seta, ai quali lei teneva molto giacché erano il suo asset più importante. Non godeva infatti di una simpatia esorbitante, almeno da quel che posso ricordare, ma era indubbiamente una bambina carina. In realtà poi si sa come vanno queste cose: non è mica che te la sei scelta tu la tua bimba, ma ti è stata assegnata dalle chiacchiere compiaciute di genitori orgogliosi. Tanto per fare un esempio, in quel periodo io andavo molto più d'accordo con Francesca, un'altra compagna di classe che aveva l'indubbio merito di avere come nonna la mia dirimpettaia. Era con lei che passavo tanti pomeriggi giocando con la sua collezione di tappi ed il suo cestino di plastica rosa (appunto a me stesso: aumentare il tasso di virilità nel racconto).
L'asilo è un'isola felice, ma che purtroppo dura poco. A cinque anni si inizia a fare sul serio, in tutti i sensi. Nuova scuola e ovviamente nuova bambina. Questa volta si trattò di Evelyne, una ragazzina decisa e volitiva, dai capelli castani chiari tendenti al rossiccio e qualche chilo di troppo. La sua forma rotondeggiante l'aveva sempre contraddistinta ma il suo indiscusso carisma la faceva apparire ai miei occhi meravigliosa. La nostra relazione (o almeno la mia perché lei non so se se ne sia accorta) fu benedetta dall'alfabeto poiché la nostra maestra aveva l'abitudine di farsi accompagnare ogni giorno da due aiutanti, un maschio e una femmina, accoppiati dall'ordine alfabetico. Io ed Evelyne facemmo coppia fissa (ok, solo in quel senso) per ben cinque anni e questo mi riempiva di orgoglio. Non ero nemmeno l'unico bambino ad avere certi occhi per lei. Ricordo un pomeriggio d'estate di ritorno dalle vacanze, al catechismo. C'erano altri amichetti, ma lei ancora no. E non so come saltò fuori (forse complice la suora che ci ospitava) si fece a gara con altri due ragazzini a chi fosse più amato da lei. Il metro di giudizio fu il numero di cuoricini disegnati sulle cartoline che ci aveva mandato. Ovviamente vinsi io, ben tre cuoricini. ça va sans dire. A lei devo anche una delle poche decisioni delle quali sono fiero tutt'oggi: in quarta decisi di iscrivermi ad un corso di inglese tutto convinto che ci sarebbe stata anche lei. Dovetti scoprire solamente a corso iniziato che lei non s'era mai iscritta, ma ora posso dire di conoscere l'inglese più di chiunque stia passando sotto la mia finestra in questo momento. Questa cotta durò a lungo, finché terminata la terza media ognuno prese la sua strada.
L'asilo è un'isola felice, ma che purtroppo dura poco. A cinque anni si inizia a fare sul serio, in tutti i sensi. Nuova scuola e ovviamente nuova bambina. Questa volta si trattò di Evelyne, una ragazzina decisa e volitiva, dai capelli castani chiari tendenti al rossiccio e qualche chilo di troppo. La sua forma rotondeggiante l'aveva sempre contraddistinta ma il suo indiscusso carisma la faceva apparire ai miei occhi meravigliosa. La nostra relazione (o almeno la mia perché lei non so se se ne sia accorta) fu benedetta dall'alfabeto poiché la nostra maestra aveva l'abitudine di farsi accompagnare ogni giorno da due aiutanti, un maschio e una femmina, accoppiati dall'ordine alfabetico. Io ed Evelyne facemmo coppia fissa (ok, solo in quel senso) per ben cinque anni e questo mi riempiva di orgoglio. Non ero nemmeno l'unico bambino ad avere certi occhi per lei. Ricordo un pomeriggio d'estate di ritorno dalle vacanze, al catechismo. C'erano altri amichetti, ma lei ancora no. E non so come saltò fuori (forse complice la suora che ci ospitava) si fece a gara con altri due ragazzini a chi fosse più amato da lei. Il metro di giudizio fu il numero di cuoricini disegnati sulle cartoline che ci aveva mandato. Ovviamente vinsi io, ben tre cuoricini. ça va sans dire. A lei devo anche una delle poche decisioni delle quali sono fiero tutt'oggi: in quarta decisi di iscrivermi ad un corso di inglese tutto convinto che ci sarebbe stata anche lei. Dovetti scoprire solamente a corso iniziato che lei non s'era mai iscritta, ma ora posso dire di conoscere l'inglese più di chiunque stia passando sotto la mia finestra in questo momento. Questa cotta durò a lungo, finché terminata la terza media ognuno prese la sua strada.
14 marzo 2007
Baffi
Ho fatto un sogno. E ho sognato che avevo i baffi. Ora, io i baffi non ce li ho e potete anche stare sicuri che mai ce li avrò, che a me i baffi non piacciono proprio. Però qui ce li avevo e non è che erano due baffetti fighetti da consulente globale di Programma Italia, ma due baffoni fitti fitti da contadino di inizio novecento. E però pensavo che senza baffi forse ero più bello. Allora, non essendo sicuro se tenerli o meno, iniziavo a tagliuzzarli un po' alla cieca. Quando poi mi son guardato nello specchio ho visto che avevo tagliato la parte superiore, mentre quella inferiore rimaneva ancora lì appesa. E mentre la guardavo, che pareva tagliata in sezione, vedevo che sembrava fatta come di sterpaglia e di rovi spessi. E tra i rovi spuntavano piccoli muschi e qualche rampicante. Potete capire che mi faceva un po' schifo avere il muschio nei baffi e ovviamente dovevo toglierli tutti. Ma poi mi faceva anche un po' senso perché avevo paura di trovarci sotto i lombrichi, come quando da bambino mi divertivo a strappare il muschio da terra.
Quindi mi sono svegliato, anche un po' bruscamente, ed ero convinto di avere i baffi. Ma per qualche motivo ho pensato di accertarmene e mi son toccato il labbro superiore con una mano. Non vi dico il mio sollievo nel realizzare che i baffi non c'erano e che - perbacco! - non c'erano neanche mai stati. Un po' però mi dispiaceva, perché tagliandoli pensavo che sarei diventato più bello. Ma potete rimanere certi che dopo un sogno così i baffi neanche disegnati a carnevale me li troverete.
Quindi mi sono svegliato, anche un po' bruscamente, ed ero convinto di avere i baffi. Ma per qualche motivo ho pensato di accertarmene e mi son toccato il labbro superiore con una mano. Non vi dico il mio sollievo nel realizzare che i baffi non c'erano e che - perbacco! - non c'erano neanche mai stati. Un po' però mi dispiaceva, perché tagliandoli pensavo che sarei diventato più bello. Ma potete rimanere certi che dopo un sogno così i baffi neanche disegnati a carnevale me li troverete.
6 marzo 2007
Seven
Pensavo. E dicevo, visto che peccatore devo essere allora vediamo che tipo di peccatore sono. Così ho preso in mano la lista dei sette peccati capitali è mi sono messo a dire questo si e questo no. Vediamo come è andata.
Accidia Beh, se non sono accidioso io allora non lo è nessuno. Non è che me ne vanti, anzi, darei qualsiasi cosa per non esserlo. Ma per un motivo o per un altro la forza di fare le cose in me proprio non si trova. Da qualche parte dovrebbe esserci, credo faccia parte del corredo che ci viene dato in dote alla nascita. Io però devo averlo smarrito. Non solo pecco di accidia, si vede pure. Gente che mi conosce da una vita spesso fa fatica a vedere un qualsiasi segno di interesse per le cose, di passione o di emozione nel contatto con il mondo intorno. Qui però mi sento di correggerli: è solo un apparenza, perché sotto un cumulo di cenere, il fuoco è ancora ben acceso.
Ira Allora, il fatto è che tendenzialmente io m'incazzo. E quando m'incazzo m'incazzo. Però, guardando meglio, non accade così spesso. Sarà che ho l'abitudine di tenere tutto dentro, ma se pecco d'ira devo avere proprio superato ogni limite di sopportazione. Di solito m'incazzo sempre con le stesse persone che mi compatiscono (l'amata famiglia). Con altri non accade, anzi faccio di tutto perché non accada. Eppure in diverse occasioni mi è stato detto eddai, non t'incazzare così! durante conversazioni alle quali mi sembrava di essermi appena appena appassionato. Come mi frega l'apparenza, non mi frega nessuno!
Superbia A volte sì. Ma a volte anche no. Sarà che è uno dei peccati che meno tollero negli altri, sarà che ho pochi motivi per essere superbo, fatto sta che riesco a controllarmi abbastanza bene. A volte mi rendo conto di salire su un piedistallo e guardare tutti dall'alto, ma lo faccio coscientemente quando credo che sia l'unico modo per fare aprire gli occhi a qualcuno. Si, a volte divento un'insopportabile maestrina.
Gola Ah, la gola. Che posso dire della gola? Beh, innanzitutto, come farei a non peccare di gola? Voglio dire, mangiare è meraviglioso, quasi quanto dormire. Però per qualche motivo non ne sono particolarmente schiavo. Forse perché a tavola non mi piace quasi niente, mangiare non è un pensiero particolarmente presente nella mia capoccia. Mi capita di mangiare quando mi annoio e purtroppo ci sono periodi in cui mi annoio parecchio. Ho capito però da alcuni anni che il cibo è una cosa che posso controllare quasi completamente e questa consapevolezza costituisce una grande forza per resistere al peccato.
Avarizia Cominciamo col dire che io non ho affatto il braccino corto. Per qualcosa che mi piace sarei capace di spendere una fortuna. Più che altro mi disturba condividere ciò che mio. E anche questo non è vero fino in fondo, perché condividere è un piacere enorme se lo si fa con le persone giuste. Quello che proprio mi da fastidio è trovarmi nella posizione di essere costretto a condividere, di non potermi rifiutare. In questi casi non è l'avarizia il problema, ma la paura di apparire avaro.
Invidia Qui lapidatemi pure perché non ho scusa che tenga. Sono in grado di invidiare chiunque e per qualunque motivo. Potrebbe derivare da una mancanza di autostima che mi porta a sopravvalutare gli altri. Crescere, sotto questo aspetto, mi ha fatto bene perché da un lato ho imparato a capire che anche per le persone che invidio la vita non è tutto rose e fiori e che ognuno ha le sue miserie con le quali fare i conti; dall'altro, l'autostima la si può costruire piano piano e in questo senso un bel pezzetto di strada l'ho fatto davvero.
Lussuria Questo è il peccato del vorrei ma non posso. Oh, quanto vorrei peccare di lussuria, proprio mi piacerebbe un sacco e, tornando al punto precedente, credo che gioverebbe molto alla mia autostima. Ma purtroppo, come si dice nei salotti bene, qui non si batte chiodo. Se però anche il pensiero vale come peccato (e mi sa che secondo le regole anche questo vale) allora sono un peccatore come tutti quanti. Anzi, più sfigato degli altri visto che pecco ma non ne traggo beneficio.
Dannaz!
Questa non è una catena, ma un bell'esamino di coscienza farebbe bene anche a voi, peccatori!
Accidia Beh, se non sono accidioso io allora non lo è nessuno. Non è che me ne vanti, anzi, darei qualsiasi cosa per non esserlo. Ma per un motivo o per un altro la forza di fare le cose in me proprio non si trova. Da qualche parte dovrebbe esserci, credo faccia parte del corredo che ci viene dato in dote alla nascita. Io però devo averlo smarrito. Non solo pecco di accidia, si vede pure. Gente che mi conosce da una vita spesso fa fatica a vedere un qualsiasi segno di interesse per le cose, di passione o di emozione nel contatto con il mondo intorno. Qui però mi sento di correggerli: è solo un apparenza, perché sotto un cumulo di cenere, il fuoco è ancora ben acceso.
Ira Allora, il fatto è che tendenzialmente io m'incazzo. E quando m'incazzo m'incazzo. Però, guardando meglio, non accade così spesso. Sarà che ho l'abitudine di tenere tutto dentro, ma se pecco d'ira devo avere proprio superato ogni limite di sopportazione. Di solito m'incazzo sempre con le stesse persone che mi compatiscono (l'amata famiglia). Con altri non accade, anzi faccio di tutto perché non accada. Eppure in diverse occasioni mi è stato detto eddai, non t'incazzare così! durante conversazioni alle quali mi sembrava di essermi appena appena appassionato. Come mi frega l'apparenza, non mi frega nessuno!
Superbia A volte sì. Ma a volte anche no. Sarà che è uno dei peccati che meno tollero negli altri, sarà che ho pochi motivi per essere superbo, fatto sta che riesco a controllarmi abbastanza bene. A volte mi rendo conto di salire su un piedistallo e guardare tutti dall'alto, ma lo faccio coscientemente quando credo che sia l'unico modo per fare aprire gli occhi a qualcuno. Si, a volte divento un'insopportabile maestrina.
Gola Ah, la gola. Che posso dire della gola? Beh, innanzitutto, come farei a non peccare di gola? Voglio dire, mangiare è meraviglioso, quasi quanto dormire. Però per qualche motivo non ne sono particolarmente schiavo. Forse perché a tavola non mi piace quasi niente, mangiare non è un pensiero particolarmente presente nella mia capoccia. Mi capita di mangiare quando mi annoio e purtroppo ci sono periodi in cui mi annoio parecchio. Ho capito però da alcuni anni che il cibo è una cosa che posso controllare quasi completamente e questa consapevolezza costituisce una grande forza per resistere al peccato.
Avarizia Cominciamo col dire che io non ho affatto il braccino corto. Per qualcosa che mi piace sarei capace di spendere una fortuna. Più che altro mi disturba condividere ciò che mio. E anche questo non è vero fino in fondo, perché condividere è un piacere enorme se lo si fa con le persone giuste. Quello che proprio mi da fastidio è trovarmi nella posizione di essere costretto a condividere, di non potermi rifiutare. In questi casi non è l'avarizia il problema, ma la paura di apparire avaro.
Invidia Qui lapidatemi pure perché non ho scusa che tenga. Sono in grado di invidiare chiunque e per qualunque motivo. Potrebbe derivare da una mancanza di autostima che mi porta a sopravvalutare gli altri. Crescere, sotto questo aspetto, mi ha fatto bene perché da un lato ho imparato a capire che anche per le persone che invidio la vita non è tutto rose e fiori e che ognuno ha le sue miserie con le quali fare i conti; dall'altro, l'autostima la si può costruire piano piano e in questo senso un bel pezzetto di strada l'ho fatto davvero.
Lussuria Questo è il peccato del vorrei ma non posso. Oh, quanto vorrei peccare di lussuria, proprio mi piacerebbe un sacco e, tornando al punto precedente, credo che gioverebbe molto alla mia autostima. Ma purtroppo, come si dice nei salotti bene, qui non si batte chiodo. Se però anche il pensiero vale come peccato (e mi sa che secondo le regole anche questo vale) allora sono un peccatore come tutti quanti. Anzi, più sfigato degli altri visto che pecco ma non ne traggo beneficio.
Dannaz!
Questa non è una catena, ma un bell'esamino di coscienza farebbe bene anche a voi, peccatori!
5 marzo 2007
Ingresso gratuito
2 marzo 2007
Agrestic
La vita in un piccolo paese offre indubbiamente innumerevoli vantaggi. Il fatto che ora non riesca proprio a farmene venire in mente uno non vi autorizza a pensare che io non ci creda davvero. Né vi autorizza a sostenere che io non apprezzi una vita agreste. Certo, più che agreste la preferirei Agrestic, ma qui sto andando fuori tema. Quando però esco dal paesello per recarmi in perlustrazione in un centro non solo cittadino, ma addirittura civilizzato, mi rendo conto di quanto la città, non solo sia tentacolare e questo già si sa, ma sia un mondo completamente diverso.
Questo pomeriggio, ad esempio, mi accorgevo che se qui da me l'inverno non è mai arrivato, là in città sono già in piena estate. Oggi infatti vedevo i primi impavidi ragazzotti dell'anno infilare le loro colorate magliette a maniche corte, nonché le prime auto scappottate farsi largo tra le grigie nuvole di smog. Anche la mia auto si scappotta, ma credo che dovrà aspettare almeno fino a giugno inoltrato per esibirsi in cotanta gloria. Non è che poi qui faccia freddo, perché non lo fa. E' che la gente veste in modo, come dire, più conservatore.
Poi ci sono i negozi. Le vetrine. Attività commerciali dai nomi e dalle qualifiche esotiche che noi ragazzi sempliciotti neanche immaginiamo. In città ci sono le sale da te; in paese i caffé con i muri ingialliti dove i vecchi col cappello giocano a tressette.
In città ci sono tante fermate dell'autobus. Davvero tante e sono tutte uguali. In ognuna trovi sempre la stessa variegata umanità che sta ad aspettare: ci trovi una donna dai lineamenti sudamericani che siede tenendo tra le mani una busta di plastica incredibilmente gonfia; ci trovi un ragazzotto con i jeans alla moda che si guarda intorno con strafottente disinteresse; oppure due amiche tardo-liceali con l'ombelico a vista e una sciarpina bianca che se la raccontano fitta fitta.
Poi ci sono quelli come me, i giovani perdigiorno che non hanno un cazzo da fare e si permettono di farlo stravaccati su una panchina nel parco. Anche al paesello ci sono le panchine e ci sono i parchi. Poi ci sono gli anziani col cappello che non sai se sono usciti a pisciare il cane, o se è il cane che è uscito a pisciare loro.
Ci sono tante cose in città che qui non ci sono e magari qualcuna la vorrei. Ma anche qui in provincia non si sta poi così male. Ho solo la speranza che quando un'astronave aliena scenderà nel mio giardino per rapirmi e portarmi sul pianeta X9-Q1 della costellazione del Cammello in Umido, almeno non si trovi in una galassia troppo periferica.
Questo pomeriggio, ad esempio, mi accorgevo che se qui da me l'inverno non è mai arrivato, là in città sono già in piena estate. Oggi infatti vedevo i primi impavidi ragazzotti dell'anno infilare le loro colorate magliette a maniche corte, nonché le prime auto scappottate farsi largo tra le grigie nuvole di smog. Anche la mia auto si scappotta, ma credo che dovrà aspettare almeno fino a giugno inoltrato per esibirsi in cotanta gloria. Non è che poi qui faccia freddo, perché non lo fa. E' che la gente veste in modo, come dire, più conservatore.
Poi ci sono i negozi. Le vetrine. Attività commerciali dai nomi e dalle qualifiche esotiche che noi ragazzi sempliciotti neanche immaginiamo. In città ci sono le sale da te; in paese i caffé con i muri ingialliti dove i vecchi col cappello giocano a tressette.
In città ci sono tante fermate dell'autobus. Davvero tante e sono tutte uguali. In ognuna trovi sempre la stessa variegata umanità che sta ad aspettare: ci trovi una donna dai lineamenti sudamericani che siede tenendo tra le mani una busta di plastica incredibilmente gonfia; ci trovi un ragazzotto con i jeans alla moda che si guarda intorno con strafottente disinteresse; oppure due amiche tardo-liceali con l'ombelico a vista e una sciarpina bianca che se la raccontano fitta fitta.
Poi ci sono quelli come me, i giovani perdigiorno che non hanno un cazzo da fare e si permettono di farlo stravaccati su una panchina nel parco. Anche al paesello ci sono le panchine e ci sono i parchi. Poi ci sono gli anziani col cappello che non sai se sono usciti a pisciare il cane, o se è il cane che è uscito a pisciare loro.
Ci sono tante cose in città che qui non ci sono e magari qualcuna la vorrei. Ma anche qui in provincia non si sta poi così male. Ho solo la speranza che quando un'astronave aliena scenderà nel mio giardino per rapirmi e portarmi sul pianeta X9-Q1 della costellazione del Cammello in Umido, almeno non si trovi in una galassia troppo periferica.
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