18 luglio 2007

In the Fortress of Solitude

Nonostante gli appelli lanciati in questi giorni praticamente da chiunque, il sottoscritto si è messo a dare il suo bel contributo alla causa della distruzione del pianeta. Dal momento che il computer sul quale scrivo rischia da un momento all'altro di prendere fuoco in uno spettacolare fenomeno di autocombustione, l'aria confezionata nelle stanza che lo ospita viene tenuta costantemente a livelli tali da tramutare l'intero edificio in una poetica Fortezza della Solitudine. Ma cosa ci posso fare? Il giorno del Live Earth avevo altro da fare e non ho capito bene il messaggio (e, cosa ancor più grave, non ho potuto vedere Madonna!)

Quello che mi preoccupa, però, non è il danno da me causato al pianeta ed al suo bel clima attraverso il mio irresponsabile consumo energetico (e ho scordato di dire che il piccì non lo posso spegnere perché poi non si riaccende più). Quello che mi preoccupa seriamente è giovedì. Mica un giorno come un altro. Proprio giovedì.



Giovedì succede che mi presento ad un colloquio di lavoro. Un colloquio procuratomi da quella vecchia baldracca svedese di cui ho già parlato tempo addietro. Il colloquio non è neanche il primo in quell'azienda, bensì il terzo, il che vuol dire che si parlerà di soldi. E quelli non parlano di soldi se non sono intenzionati ad offrire un lavoro.

Il lavoro in questione sarebbe anche discreto. Un tantino lontano da casa, ma questo onestamente me lo sono cercato. Un po' è quello che volevo, un po' è anche qualcosa di diverso. Le possibilità di imparare cose nuove ci sono, così come quelle di interagire con altri esseri umani. Insomma, un posto che non farei tanta fatica ad accettare. Però c'è un però.



Innanzitutto il posto è formale, cazzo com'è formale, li son quasi tutti in giacca e cravatta e io sono abituato a lavorare in jeans e maglietta stinta. Alla vigilia del primo colloquio con l'amministratore delgato, la baldracca di cui sopra mi raccomandò di vestirmi bene, ma senza esagerare, il che fu da me interpretato come un consiglio a mettermi in giacca e cravatta, ma senza essere più elegante del signor amministratore. Ovvio che, dopo un esortazione come quella, il mio istinto cafone ebbe il sopravvento e se non mi presentai in bermuda e infradito, poco ci mancò. Immagino che prima o poi arriverà il momento di comportarmi da adulto e mimetizzarmi in un ambiente formale, ma qualcosa mi dice che quel momento è ancora bel lungi dall'arrivare.



In generale, però, la mia riluttanza ad accettare quel posto viene da più lontano.

Quando un anno fa lasciai il lavoro lo feci per diversi motivi, il primo dei quali era un'opprimente sensazione di soffocamento e di impotenza.

Iniziai a lavorare una settimana dopo aver concluso il mio servizio civile. Era il lavoro per il quale avevo studiato e mi veniva offerto su un piatto d'argento. Fu la mia prima occasione e l'accettai. Da allora mi misi su un binario dal quale non mi spostai mai. Passati diversi anni cominciai a sentirmi in gabbia: sentivo di non aver mai fatto una scelta, di non avere il controllo della mia vita e di non aver mai avuto le palle per prendermelo. Era arrivato il momento di scendere dal treno e di cambiare binario. Forse ci avrei messo del tempo a capire in quale direzione sarei andato, ma l'avrei decisa io, per la prima volta mi sarei fatto carico della responsabilità di scegliere ed eventualmente fallire.

Fast forward di un anno e mi ritrovo ancora fermo davanti ai binari senza avere un'idea migliore del mio destino. Ecco quindi da dove viene la mia ansia e riluttanza ad accettare il nuovo lavoro: a distanza di dodici mesi mi trovo ancora una volta ad accettare la prima proposta che mi viene fatta, senza scegliere, perché quella è la cosa giusta da fare. E' un bel lavoro e non posso permettermi di continuare a non lavorare. Devo essere pratico e razionale. E' così che devo essere perché è così che la gente mi vuole.

Quello che vorrei io, invece, è tornare ad essere il sognatore che ero a vent'anni e non essere obbligato a fare sempre la scelta giusta.



Ho risposto a un annuncio: cercano programmatori per un prestigioso progetto in Germania. Io non so una parola di tedesco. Mi sembra un motivo sufficiente per provarci.

2 commenti:

alebino ha detto...

lo stesso feci io dopo il servizio civile. Ho continuato a studiare per poi fermarmi e fare quattro conti. Finita una cosa decisi di provarne un'altra alla ricerca di una nuova dimensione!



Ora sto bene! Evviva!

falcon82 ha detto...

in bocca al lupo anche per questa terza fase :D speriamo che sta volta la vecchia ti dica qualcosa di utile :D