12 luglio 2007

Andrea

Scrivendo oggi un commento su un altro blog mi è tornato alla mente un vecchio amico di infanzia che non vedo ormai da parecchio tempo. Parecchio tempo significa diversi anni. L'ultima volta che ricordo chiaramente di averlo incontrato è stato al corso per la patente, quindi diversi anni significa davvero tanti. Le ultime volte che ci incrociammo, per di più, non ci rivolgemmo neanche la parola, comportandoci come perfetti estranei. Cosa che infatti eravamo.



Io e Andrea siamo stati amici di infanzia. Lui era il mio migliore amico ed io, ho la presunzione di credere, il suo. Se non ricordo male la nostra amicizia infantile ebbe un primo stop intorno all'età di dieci anni, non so per quale motivo. Credo che poi le nostre madri in qualche modo ci spinsero a riallacciare il rapporto ed fu allora che diventammo grandi amici.



La nostra amicizia si svolgeva prevalentemente a casa sua. Lui mi chiamava (spesso) ed io andavo da lui. Giocavamo tanto, sempre ai soliti giochi, sempre con le sue regole. Spesso il pomeriggio mi toccava la merenda ed io mi vergognavo tantissimo perché avevo paura di fare un pappone ridicolo con i biscotti intrisi nel té bollente.

La nostra amicizia non andava da nessuna parte. Rimaneva chiusa nella sua casa oppure, in estate, in qualche posto sperduto lungo la ferrovia dove schiacciavamo i vermi aggrappati alle rotaie. Non andava da nessuna parte perché già allora, e ancor di più in seguito, mi rendevo conto che non saremmo andati a ballare insieme o non avremmo trascorso le vacanze in una tenda insieme. Lui non era così, o almeno non era così che lo conoscevo.



Fu intorno ai sedici anni che la nostra amicizia terminò. Terminò come finisce una partita di calcio, quando le squadre hanno corso per novanta minuti e poi, in un momento preciso, l'arbitro dichiara tutto finito e manda i giocatori negli spogliatoi. Ma finì anche come può finire un film di David Lynch, con lo spettatore che non ha ancora capito niente e se potesse farebbe tante domande al regista per poi mandarlo sonoramente a fare in culo.

Finì che lui smise di cercarmi ed io lo lasciai fare. Non so perché lo fece, se avesse avuto dei motivi oppure se semplicemente qualcosa fosse cambiato. Forse lui era cresciuto ed era diventato una persona diversa da quella che io avevo conosciuto. Quella che avevo conosciuto senza mai riuscire ad accettare per davvero.

Per un periodo il distacco mi fece male perché non era stato un addio, ma un abbandono. Mi diedi delle colpe per non aver fatto abbastanza per salvare quell'amicizia, colpe che in gran parte avevo realmente. Poi smisi di farmi domande e smisi di odiarlo: per quanto gli avessi voluto bene come ad un fratello ero arrivato ad odiarlo come mai nessuno in vita mia, per essere stato così egoista e per non avermi aiutato a capire.

Ne fui veramente libero solamente diversi anni dopo, senza una spiegazione, ma senza più alcuna delusione. Forse libero del tutto non lo sarò mai se è vero che di tanto in tanto non posso fare a meno di pensarci. Come oggi.



L'ultima volta che lo vidi realmente fu un'esperienza imbarazzante. Frequentavamo scuole superiori diverse, in città diverse. Il sabato, però, lui usciva in anticipo e prendeva il mio stesso autobus, parecchie fermate prima di me. Essendo l'autobus sempre colmo all'inverosimile, avevamo l'accordo che lui mi avrebbe tenuto il posto accanto al suo appena si fosse liberato. Così era stato per anni ed in qualche modo così fu anche quella mattina. Io salii i gradini e lo vidi seduto in una delle prime file, accanto al finestrino, lo zaino appoggiato al suo fianco. Io lo guardai negli occhi, lui guardò me e spostò lo zaino. Mi sedetti accanto a lui senza dire una parola e da lui non ebbi una parola. Per l'intero viaggio tenemmo un silenzio gelido e imbarazzante. Chilometro dopo chilometro mi incazzavo sempre di più al punto da non riuscire più a sopportare di stargli seduto accanto. Alla prima occasione presi lo zaino che tenevo tra le gambe e lo sbattei dall'altro lato dell'autobus, una fila indietro. Mi andai a sedere da solo e da lì continuai ad odiarlo per il resto del tragitto. Mi rendevo conto che la nostra amicizia era finita lì, su quell'autobus, senza dire niente.

Non so più niente di lui, non so nemmeno se abiti ancora dove abitava un tempo. Non mi interessa saperlo e ancor meno mi interesserebbe vederlo.

A  volte, però, vorrei ancora sapere il perché.

3 commenti:

falcon82 ha detto...

ma sai meglio se non provi a chiederlo a lui il perché...magari no saprebbe darti nessuna risposta e rischi di rimanerci peggio :)

MiaEssenza ha detto...

Le situazioni cambiano e non penso ci siano dei veri perchè...forse è solo questione di equilibri empatici che prima o poi si sbilanciano. Penso che i rapporti interpersonali assomiglino ad una cometa...la scia luminosa tende inevitabilmente a spegnersi. Forse le code di queste comete possono avere lunghezza variabile...credo, in maniera del tutto indipendente dalla lucentezza del corpo stesso. Alcune forse è possibile ravvivarle...ma solo mettendoci del proprio.

Non so se sono riuscita a rendere l'idea di ciò che volevo dire...purtroppo è un periodo di ultraconfusione...sai anche io mi chiedo dei perchè...sulla scia ormai spenta di una cometa.

Un abbraccio.

pepasaera ha detto...

Esiste un modo giusto per "finire" un'amicizia, un amore, una vita?