9 ottobre 2007

Pinocchio nel Paese dei Bambocci

Sono passati pochi giorni da quando il ministro Padoa Schioppa ha amichevolmente affibbiato al sottoscritto, nonché a un discreto numero di giovani italiani, la simpatica etichetta di bamboccione. In questi pochi giorni la sua esternazione scomposta è stata citata decine di volte, analizzata e soppesata da chiunque, a volte in modo scherzoso, altre con toni più risentiti. La costante di ciascuna di queste analisi è sempre stata il fattore economico. I bamboccioni infatti si chiedono: «ma come cazzo facciamo ad andare via di casa con un lavoro precario e uno stipendio da fame?»

Pur non volendo entrare nel merito della questione, ho spesso l'impressione che l'argomento economico venga utilizzato per mascherare una realtà ugualmente sgradevole, ma assai meno decorosa. Forse lo dico perché mi sento chiamato in causa oppure per qualche latente senso di colpa, ma a me questa storia puzza un sacco di ipocrisia.



L'esempio banale che faccio, ma forse l'unico sul quale posso esprimermi, lo prendo a casa mia. Mia madre a ventunanni si è sposata e a ventitre ha avuto il suo primo figlio. Ai tempi della scuola potevo vantarmi di avere una mamma giovane, ma di certo di lei non si può dire che sia stata particolarmente precoce.

Ancora giovani, mia madre e mio padre lasciarono le rispettive case natali per andare a vivere insieme in un appartamento nuovo, ancora fresco di cantiere, che poterono permettersi con l'aiuto dei genitori. E' evidente che io questo non lo mai potrei fare, neanche se mi mettessi ad imprecare in Urdu, ma tra me e loro esiste anche un'altra sostanziale differenza: loro avevano conosciuto la povertà, con essa avevano convissuto fin dalla prima infanzia. Per loro la vita non poteva fare altro che migliorare. Per loro sposarsi, comprare una casa, assumersi le responsabilità di una famiglia, non erano un problema da affrontare, ma la via per costruirsi un futuro migliore.



Poi guardo me stesso e penso che se io avessi ora il denaro necessario per comprare una casa (o anche solo per affittarla) liquido e disponibile, i miei problemi non potrebbero di certo dirsi risolti, anzi, forse starebbero solo per iniziare. Quanti sforzi dovrei fare per potermi mantenere da solo? Quanto dovrei tirare la cinghia? Quanto tempo non potrei più dedicare a me stesso? In definitiva, a quanta parte della mia vita precedente dovrei rinunciare solo per sentirmi indipendente? Perché il problema è anche questo: io non ho conosciuto la poverà; per quanto la mia famiglia non vi si sia mai discostata molto, io ho conosciuto gli agi e i lussi della mia epoca, cose alle quali ora farei fatica a rinunciare. A rinunciare per chi, poi? Non per una moglie, né per un figlio, ma solo per me stesso o, come si usa dire, per l'anima del cazzo.



Viviamo in una cultura nella quale la casa la si è sempre lasciata, quando la si è lasciata, al momento del matrimonio. Ora che l'età del matrimonio si è spostata più avanti, molto più avanti, servono altri motivi per varcare quella soglia. Lo si può fare per andare a studiare o a lavorare in un'altra città; lo si può fare se esiste un motivo. E se il motivo non esiste si finisce per ritrovarsi in un lungo periodo di transizione, a cavallo tra due famiglie, che prima non esisteva e di cui ora non sappiamo che farci.

Lasciare la casa d'origine non per necessità, ma per il solo desiderio di indipendenza, invece, è tutta un'altra storia e richiede una motivazione che spesso non riusciamo a darci. Non ci sentiamo obbligati a darcela. Per questo è fondamentale che si arrivi a pensare, che tutti arrivino a pensare, che uscire di casa senza farsi una famiglia sia normale; che non si tratta di egoismo giovanile, di un frivolo desiderio di libertà, ma di necessità della persona; non di una scelta, ma di un passo naturale nella vita di ognuno.

Perché una cosa deve essere chiara: o si arriva a stabilire che la persona vale individualmente, a prescindere dalla famiglia nella quale si trova, che sia quella di origine o quella di destinazione, oppure hanno ragione i bamboccioni: si esce di casa quando ci si sposa, a qualunque età questo possa accadere.



E' ovvio che non si può generalizzare: sicuramente la questione economica impedisce a tanti giovani volenterosi di affrancarsi dalla famiglia ed iniziare una vita propria, ma questo non può essere un alibi dietro al quale nascondere una cultura familiare che appare ormai più arcaica e ingessata dello stesso Padoa Schioppa.

7 commenti:

pepasaera ha detto...

Per uscire di casa, mi sono trasferito qui... dai miei mi divertivo un sacco, uscivo sempre, non dovevo badare a nulla o quasi. Ma la pace non ha prezzo.. meglio pane e acqua (..), piuttosto che stare in certe dinamiche della famiglia mediterranea. :-)

anonimo ha detto...

concordo su tutto, un pò più ed un pò meno:) la libertà secondo me all'nizio la si assapora come dei quindicenni, poi quando ci si rende conto che non è solo fiori ma anche durezze a non finire, o si prega di tornare a casa o si lotta. Io ho fatto la seconda, e anche se sono davanti ad un futuro incertissimo sento che alla fine della giornata se ho fatto qualcosa di buono è perchè l'ho fatto io, se ho fatto uno sbaglio, sono io e io solo a dover pagare. Non so, ma questo mi fa sentire completo...



Luca

atarax7 ha detto...

anche tu sei stato confezionato psicologicamente durante gli anni 80?

lascar ha detto...

atarax7 A dire il vero, io mi sento più figlio degli anni 90.

Amanifor ha detto...

Abito a Sorrento dove c'è la pizza buona, il limoncello e 10000 euri al m2 oppure 700 euri(ma devi essere molto fortunato)per una stanza cucina e cesso. Dico cesso perchè le case più belle sono diventate tutte bed&breackfast.

E con il solo diploma di liceo classico, unico titolo sulla carta, potrei aspirare ad uno stipendio medio di 600 euri mensili, oppure potrei buttarmi nel mitico mondo delle ripetizioni.

Ho anche due reni e due polmoni, magari mi tornano utili.

Sono fidanzata, so che me ne andrò da casa da sposata (e spero di far presto), in due le spese si dimezzano. E tirare la cinghia in due è meglio, non si mangia, però...



=)

anonimo ha detto...

Ma lo sai che c'hai proprio colto in pieno? Anch'io, alla veneranda età di 30anni e dopo 7 anni da sola e poi altri 5 con mammà, mi stavo quasi un po' rassegnando a rimanere "bambocciona". Alla fine ci si dice "Ma in fondo sto abbastanza bene pure qui, e poi trovo il pranzo pronto, i panni puliti, ecc...e poi dovrei fare la fame per mantenere la casa ecc ecc ecc.....". Sai una cosa: sono tutte scuse perché cambiare spaventa tanto e perchè non abbiamo voglia di rinunciare a nulla. Mi ero detta: appena guadagno 800 euro me ne vado. Ora li guadagno, però....e la palestra? E l'assicurazione dell'auto? E le vacanze?.....buuuuuu!!!!! Mi sono vista in una specie di incubo a 50 anni a casa con mamma ormai 90enne...sola, senza una vita e neanche la libertà di trombare sul MIO letto a tutte le ore....

Ho deciso: entro il 2008 diventerò "adulta"....

Paola

anonimo ha detto...

Arrivo un pò in ritardo... capita sempre così. Per lasciare casa dei genitori ci vogliono motivazioni e voglia di vivere, mi dispiace ragazzi, vivere all'ombra della mamma e del papà non è vita ma essere dei parassiti belli e buoni. Credo di avere + o - la vostra età e vivo da solo da anni, è stata dura, ho fatto un mutuo ed ho acquistato casa, ho mangiato e mangio pane e cipolla tuttora, le ferie le faccio ( in econmia ) ed ho come tutti i miei vizi ed hobby. Uscite di casa e camminate da soli, mettetevi in discussione, la vita del pupone 30enne non ha senso!