29 luglio 2007

Dubito ergo sum

Due diversi stati d'animo si contrappongono in me quando lascio passare qualche giorno senza scrivere niente su questo blog: da un lato mi prende l'accidia ed il totale disinteresse verso questo mezzo e tutta la blogosfera, dall'altro mi saltano alla mente decine di spunti da utilizzare per scrivere tre righe, ma nessuno dei quali degno abbastanza per essere messo all'attenzione del mondo.

Oggi, ad esempio, mi prendeva la smania di buttare giù qualcosa sul tragicomico incidente aereo avvenuto in Arizona (tragico l'incidente, comiche alcune delle polemiche), così come di fare un battuta sarcastica su un mio simpatico parente. Pur non escludendo la possibilità di riprendere questi argomenti in seguito, ho optato per approfittare dell'assenza di lettori tipica di una domenica d'estate ed affrontare una spinosa questione personale che da qualche giorno mi opprime.



Il preambolo è il solito: da ormai un anno non lavoro ed è giunto il momento di prendere delle decisioni. Qualche tempo fa vi raccontavo di quanto poco mi sentissi a mio agio nell'accettare l'offerta piuttosto interessante ricevuta tramite l'ormai nota Vecchia Baldracca Svedese ed il motivo era il fatto di non trovarmi di fronte ad una scelta, ma ad un obbligo autoimposto.

Oggi, invece, la scelta ce l'ho.



Per chi non lo sapesse, io sono (o sono stato) un programmatore: è ciò che ho fatto finora ed è l'unica cosa che sono in grado di fare. Ad un certo punto della mia vita mi sono detto «basta, sono stufo di fare il programmatore, voglio fare qualcos'altro». Qui entra in gioco la Vecchia che mi fa entrare nelle grazie di una importante società finanziaria che sta cercando un assistente EDP: se si esclude l'ambiente quasi bancario del posto, il lavoro in fin dei conti mi potrebbe anche piacere.

Poi però mi arriva una telefonata che mi trascina in quel di Padova nella mattina di mercoledì scorso. Qui mi si prospetta la possibilità di imbarcarmi in un progetto in zona della durata di qualche mese con lo scopo di acquisire quelle competenze in campo informatico che mi possano portare in un futuro più o meno prossimo a fare il programmatore all'estero, verosimilmente in Germania o in Gran Bretagna. Insomma, per me è un sogno. La cosa, però, significherebbe sradicarmi da casa mia e andare a lavorare e a vivere da solo in un posto che non conosco e dove non conosco nessuno.



Il mio dubbio alla fine è questo: ma perché un anno fa avevo deciso di smettere con la programmazione? Il fatto è che non me lo ricordo e proprio non riesco a ricostruire cosa mi passavando per la testa allora. So bene che stavo parecchio male, ma le cause del malessere al momento mi sfuggono.

Potrei quindi seguire il sogno, rinunciare ad un lavoro sicuro e relativamente comodo per lanciarmi in un'avventura e poi rendermi conto che quello era proprio ciò che cercavo di evitare l'anno scorso. Oppure potrei prendere la decisione già presa, dar retta alla Svedese e realizzare solo in seguito di avere così buttato nel cesso i sette anni precedenti di lavoro e di esperienza che continueranno a fare bella mostra sul mio curriculum, ma dei quali non potrò mai più servirmi perché divenuti obsoleti.



Reggio Emilia e Padova. La prima significherebbe un terreno più sicuro e un lavoro che ho cercato e voluto, ma l'impossibilità di potersi pentire e tornare indietro. Al contrario, Padova significherebbe un'avventura rischiosa, ma anche una scelta meno definitiva, una via d'uscita sempre pronta.

Padova, infine, significherebbe anche una fuga. Tra i motivi che mi spinsero a cercare lavoro così lontano da casa c'era stata anche la volontà di allontanarmi da una vita che non mi piaceva più, il tentativo di ricominciare da capo e lasciarmi alle spalle una zavorra diventata ormai inutile.

Una fuga, però, rimane sempre una fuga e personalmente non ci trovo nulla di nobile, anche se la si maschera come un'opportunità. Forse si può pensare che lasciare tutto e ricominciare da capo sia una grande dimostrazione di avere le palle quadrate, ma a questa tesi si può anche obiettare che le palle quadrate le si hanno davvero se si è invece in grado di non abbandonare, ma rimboccarsi le maniche e cambiare la propria vita da sé.



Sempre più spesso mi rendo conto di quanto sia futile ogni nostra decisione. Anche quando ci sentiamo padroni del nostro destino in realtà non ci accorgiamo di essere schiavi della chimica del nostro corpo. Un'idea che ci sembra buona oggi ci appare pessima domani. Una persona che ci attrae la sera ci sembra patetica il mattino dopo. Così il nostro libero arbitrio è in realtà un'illusione e non c'è pensiero, idea o determinazione che non possa essere sconvolta dalla giusta dose di adrenalina

3 commenti:

falcon82 ha detto...

Ma quella verso Padova è una fuga oppure un modo per andartene da un posto che non ti offre altri stimoli?

lascar ha detto...

E' due cose:

- un'opportunità per imparare cose che difficilmente potrò imparare in futuro;

- un'occasione per fuggire da una quotidianità diventata opprimente.

falcon82 ha detto...

Se la realtà quotidiana ti opprime allora vattene. Non ha seno continuare a vivere dove non stai bene.



Ci si adegua a tutto nella vita, soprattutto a vivere soli e in un posto nuovo. soprattutto ora che siamo giovani ;)