Approfitto della nota pastorale da poco pubblicata per dire una cosa che c'entra poco o niente, ma un po' forse c'entra. Non intendo commentarla perché non ne ho la competenza e già l'hanno fatto altri ben più autorevoli di me. L'unica considerazione che potrei fare in merito riguarda la conclusione logica ma non scritta di tale nota. Proibendo di "appellarsi al principio del pluralismo e dell'autonomia dei laici in politica" di fatto dice che il cattolico politico non può pensare con la propria testa e decidere secondo coscienza. Essendo questi requisiti fondamentali del parlamentare, le soluzioni possibili sono solo due: o il parlamentare smette di dichiarasi cattolico oppure rassegna le proprie dimissioni per incompatibilità con l'ufficio che ricopre.
Ma non è di questo che volevo parlare. Ciò che notavo invece in tutto questo dibattito tra Stato e Chiesa sulla grana delle unioni di fatto è una imprevista mancanza. Una cosa piccola piccola che in teoria dovrebbe esserci, ma che in realtà non c'è. Un piccolo tabù del quale la Chiesa soffre, ma che essa stessa sembra essersi autoimposto.
Se io mi dovessi domandare su cosa la religione basi la propria ostilità alle unioni di fatto la prima risposta che mi verrebbe alla mente sarebbe il peccato. Proprio quello, il peccato. Voglio dire, se la Chiesa deve salvare le nostre anime allora dovrebbe insegnarci cosa è peccato e aiutarci ad evitarlo. E' chiaro il motivo per cui le coppie gay non possono essere accettate, lì c'è un peccato grande come una casa. E non lo dico io, lo dicono le Sacre Scritture che, mi si consenta, sono ben più autorevoli delle Note della CEI. Ma neanche le coppie etero si possono ritenere al riparo perché un uomo e una donna che dividono lo stesso tetto e lo stesso letto, per di più fornicando, prima del matrimonio sguazzano nello stesso brutto peccato.
Ed ecco la mancanza. Nessuno che nomini il peccato. Il peccato è un offesa a Dio e come tale deve essere sempre condannata duramente. Ma non c'è nessun prelato, a nessun livello, che osi pronunciare quella parola. Ormai non si vergognano più a parlare apertamente di coppie gay, il peccato è il vero ultimo tabù.
E' tabù perché se la Chiesa dovesse anche solo accennarvi, solo casualmente nominarlo, si escluderebbe automaticamente dall'intero dibattito, che uno stato democratico mica può discutere di leggi e di peccati nella stessa circostanza, a meno che non sia intenzionato a tramutarsi in teocrazia. Ciò che quindi è il fondamento stesso di ogni posizione cattolica, posizioni che si basano sulla Bibbia, sulla Parola di Dio, viene messo astutamente da parte per evitare di essere presi a pesci in faccia, per non scadere nel ridicolo, perché ridicolo sarebbe agli occhi di una nazione non così medievale.
Mi dispiace di questa ipocrisia Cattolica, del voler nascondere l'origine del tutto dietro alla maschera democratica e illuminista di teorie frettolosamente imbastite sulla famiglia, sulla società, sul diritto, la legge naturale, le richieste del privato e le esigenze del pubblico. Teorie talmente raffazzonate che qualunque antropologo alle prime armi saprebbe smontare in cinque minuti.
Ma se la Chiesa si occupa della società e delle leggi dello Stato, chi rimane ad occuparsi delle nostre anime? Mi sembra di rivedere quella scena in Monsignore ma non troppo in cui don Camillo esclama davanti ad una platea adorante che "il Cristianesimo è una religione democratica fondata sul lavoro" e Peppone stizzito lo redarguisce all'orecchio "Don Camillo, qui si bara, i comunisti siamo noi!".
Basta coi tabù e ognuno faccia il proprio mestiere.
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1 commento:
Veramente sono certo di aver udito più di una volta padre Livio dire che l'omosessualità è una malattia dell'animo così come lo sono altre forme di peccato. E padre Livio non è esattamente uno qualunque (purtroppo).
Non so cosa dedurre da questo tuo post. Sono tentato dal considerarlo un mucchio di idiozie, ma forse non ne ho capito il senso e non mi va di rileggerlo.
In ogni caso, saluti.
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